Finisce un lavoro, non il lavorare. Vale per la vita, vale per l’azienda
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.
Tutti conosciamo il solenne incipit della nostra Costituzione e in tempi di crisi, con migliaia di inoccupati, cassintegrati, disoccupati insieme a pensionati, verrebbe da chiedersi quale sia l’attualità di questa disposizione: il lavoro di chi?
Ma i nostri sapienti padri costituenti studiarono a lungo e con profondità di pensiero per elaborare questo articolo e la parola “lavoro” al posto della più tecnica “lavoratori” fu una scelta molto significativa e ben ponderata: anche chi non si colloca formalmente al lavoro può ugualmente lavorare e contribuire al benessere materiale e spirituale della società.
Non a caso proprio in questo periodo il numero dei volontari della protezione civile è in deciso aumento: piuttosto che stare a casa senza far nulla, molti preferiscono impiegare il proprio tempo consegnando pacchi di beni di primaria necessità a famiglie in difficoltà, offrendo supporto nei centri destinati alle vaccinazioni, intervenendo nelle varie emergenze.
Di tutt’altro tenore è poi l’apporto dei cosiddetti “umarell”. A chi non è capitato di vedere questo omino “pensionato che si aggira, per lo più con le mani dietro la schiena, presso i cantieri di lavoro, controllando, facendo domande, fornendo suggerimenti o criticando le attività che si svolgono” (così lo Zingarelli)?
Sfaccendati? Impiccioni? Scocciatori? In realtà il loro è diventato un ruolo sociale se qualche nonno insonne all’una di notte è sceso a far compagnia a manovali intenti allo scavo. O se qualche comune italiano ha pensato addirittura di sovvenzionare il loro impegno perché sorvegliassero i cantieri, come sentinelle che vigilano quando gli operai sono assenti, e controllano lo stato di avanzamento delle attività. Diventano “gli occhi” della società civile per custodire e promuovere le migliorie che si apportano alle città. Per le ditte al lavoro, in sostanza, diventano una sorta di certificazione di qualità.
Ecco, questo è ciò che le aziende dovrebbero sempre tener presente: le persone, pur senza essere formalmente in servizio, restano per la maggior parte risorse ancora dotate di passione, competenze, tempo e conoscenze, che possono essere investite nell’interesse di tutti.
Quando l’Italia concretamente rialzerà la testa, sarà molto importante non disperdere il patrimonio di competenze di chi purtroppo ricorderà la propria attività lavorativa parlandone al passato, perché arenatasi in via definitiva al cospetto di un mostro chiamato virus e di uno altrettanto letale chiamato burocrazia. E allora ben venga, ad esempio, che quell’imprenditore caduto in disgrazia possa riconvertire il proprio ruolo mettendo a disposizione l’esperienza maturata sul campo per i giovani che intendessero avviare una start-up. Oppure che persone nella fase conclusiva della carriera lavorativa si rendano l’un l’altro sinergiche per offrire il loro bagaglio di esperienza ai giovani assunti dalle rispettive aziende di provenienza o in contesti diversi, soprattutto se in possesso di conoscenze trasversali e non legate a uno specifico ambito produttivo.
Un nuovo strumento di politica attiva da implementare? Forse, ma, in un paese che deve ripartire, essere disposti ad affrontare una nuova esperienza lavorativa, in totale discontinuità con quella precedente, può comunque rappresentare una opportunità. Di crescita personale innanzitutto ma, di riflesso, per l’intera comunità in cui ci si trova ad operare.
Di certo tutti gli attori del mondo del lavoro – sia chi per ruolo è chiamato a ridisegnare gli scenari regolatori e ad adeguarli alle esigenze contingenti, sia chi contribuisce attraverso l’impegno dietro una scrivania o in un reparto di produzione a costruire la storia della propria vita – avranno dinanzi a sé un nuovo mondo da esplorare, non fosse altro per gli strascichi che quello precedente ha lasciato. Guardarlo però con gli stessi occhi e assoggettarlo alle stesse dinamiche significherebbe aver considerato un mero incidente di percorso quello che invece ha costituito un passaggio epocale.



