La solita, triste, sinistra contabilità
A volersi occupare di questo tema, il rischio, si fa per dire, è un po’ quello che si corre quando si acquista il quotidiano in edicola (pratica sempre buona e giusta, nonostante il web): alle 10 di mattina, al netto di qualche commento senza tempo, bisogna già rincorrere le notizie lette e aggiornarsi.
Un tema trasversale come pochi e che prescinde da ambiti geografici o da connotazioni politiche, perché deve porre in un’ottica di interesse comune per un paese come il nostro il costante miglioramento delle condizioni di sicurezza sul lavoro. A diverse latitudini ciò rappresenta tuttora una conquista ancora al di là da venire.
L’ultimo (ma sarà effettivamente l’ultimo per oggi?) in ordine di tempo a Genova, con una dinamica figlia quasi di un cliché piuttosto che del semplice destino che si è divertito ad infierire: la caduta da una impalcatura. La morte.
Non è la missione di queste pagine ricostruire gli avvenimenti e risalire alle effettive cause del sinistro. Non più di qualche mese fa avevamo già messo in evidenza, prendendo come spunto lo specifico report del primo trimestre dell’anno diffuso dall’Inail, i dati tutt’altro che confortanti di questa triste contabilità.
Spostando in avanti il focus temporale in relazione alle ultime informazioni rese disponibili dallo stesso Istituto, il numero di morti bianche che scaturisce è da far accapponare la pelle: 677 alla fine di luglio, di cui 134 sono quelle a causa di un incidente in itinere. Quasi cento ogni mese, più di tre ogni giorno.
Meno dei 716 dello stesso mese dello scorso anno, si potrebbe obiettare, e quindi fenomeno in decrescita? Matematicamente sì, ma potenzialmente no, in quanto il dato è molto influenzato dall’andamento della pandemia e dal rilevamento statistico degli infortuni mortali da Covid-19. Di sicuro c’è un incremento rispetto al 2018 e al 2019 per lo stesso periodo.
Non vi è regione d’Italia immune da questo triste fenomeno. La stessa Valle D’Aosta ha pagato il suo scotto con un decesso. In termini assoluti è la Campania a far registrare il numero più alto di vittime. Diviso lo stivale in quattro macroaree, nel Mezzogiorno e al Centro i morti sono in aumento, mentre diminuiscono, in un quadro complessivo pur sempre desolante, al Nord e nelle isole.
Soluzioni per arginare questo fenomeno? Di certo non rientra tra queste, se intendessimo considerare soltanto l’aspetto meramente operativo.
Può tuttavia aiutare molto a comprendere l’effettivo interesse nel venire a capo di questa autentica emergenza sociale la constatazione di quanto duri nel tempo l’indignazione che suscita un sinistro, non tanto nell’opinione pubblica, quanto in chi riveste ruoli di responsabilità a diversi livelli. Spesso giusto il tempo di una dichiarazione di prammatica, magari accompagnata da una appena accennata intenzione di mettervi seriamente mano e poi finisce tutto nel dimenticatoio. In attesa del successivo tragico evento.
Più sanzioni? Più controlli? Forse più cultura di sicurezza. Non sono rari gli episodi nei quali le morti si verificano in contesti al limite della legalità, o addirittura a legalità completamente by-passata, nel più completo silenzio. In ogni caso è pur sempre una vita umana che si spegne, con tutte le conseguenze anche per la famiglia che lo sfortunato lavoratore lascia.
Pensando alle attività che verranno messe in campo nell’ambito del Piano Nazionale di Resistenza e di Resilienza e a quanti cantieri verranno aperti, la vigilanza sul tema dovrà essere alta.
Rincorrere gli orizzonti del digitale, la nuova frontiera tecnologia di un domani tutto da scrivere, non deve comunque far perdere di vista che in diversi ambiti il lavoro continua a nascondere ancora tante insidie.
Forse riconsiderare l’uomo nella sua centralità come fulcro del tutto, e non come il di cui di un processo, può far maturare quel senso di consapevolezza sulle effettive priorità cui tendere.



