Salute, lavoro, profitto: è questo il giusto ordine delle priorità?
Premesso che siamo ancora di fronte ad una sentenza di primo grado e che più volte in passato i successivi livelli di giudizio hanno capovolto le pronunzie iniziali, ribaltando condanne in assoluzioni o ridimensionando le pene inflitte.
Ma di tutto, in verità, si potrebbe opinare, tranne del fatto che la recentissima sentenza dell’ex Ilva di Taranto abbia assunto i connotati di una decisione sotto certi aspetti epocale in quanto, pur con diversi ambiti di responsabilità e di coinvolgimento, la Corte d’Assise della città dei due mari ha ritenuto colpevoli allo stesso tempo imprenditori, politici, consulenti e amministratori pubblici.
Non è tanto questo, o comunque solo questo, l’elemento più importante dell’intera vicenda, quanto, invece, la conseguente riflessione che ne scaturisce in ordine alle priorità con cui individuare modalità e criteri per fare impresa.
In altre parole non sarà più possibile (o addirittura consentito) anteporre la profittabilità, sacrificando persino l’occupazione, se l’impatto ambientale che ne deriva mette a repentaglio vita e salute di una intera comunità, oltre a quella di chi vi opera direttamente.
Ecologia, lavoro, produzione industriale: un trinomio che ora si è fatto davvero imprescindibile e che, circoscritto alla vicenda dell’acciaieria pugliese, può condizionare addirittura l’intero complesso della siderurgia del nostro paese, tali e tante sono le interconnessioni con gli altri impianti distribuiti lungo la penisola. Uno su tutti Piombino.
Con un mercato dell’acciaio che risente della grande carenza di reperimento delle materie prime e dei prezzi in continuo incremento, il rischio è che l’Italia più di prima possa essere “ostaggio” delle grandi potenze industriali, nel caso specifico la Cina, che da sola sta fagocitando, in relazione alla propria ripresa economica, la metà della disponibilità mondiale dei metalli più importanti.
Quale, dunque, potrebbe essere il destino degli oltre 10mila addetti se, nell’ipotesi peggiore, l’ex Ilva di Taranto dovesse addirittura chiudere definitivamente i battenti? E quanto può valere un posto di lavoro se le condizioni in cui l’attività viene prestata sono oltremodo proibitive per l’alto tasso di inquinamento? Fatte le debite proporzioni e, speriamo, con impatti decisamente inferiori, esistono in Italia altre situazioni simili, che, potendo beneficiare anche di una sorta di “anonimato mediatico”, vivono indisturbate il proprio status quo?
Chissà, forse occorreva una sentenza di simile portata, anche se non definitiva, per convincere persino gli ultimi scettici a prendere coscienza di una criticità non più differibile nella sua risoluzione.
Il caso ha voluto che in Italia stiano per piovere i miliardi di euro del Piano nazionale di resistenza e di resilienza, che vede nel passaggio verso un modello energetico ecosostenibile il nuovo paradigma del domani industriale, all’insegna del green.
Una opportunità da non lasciarsi assolutamente sfuggire e che, come già ribadito da questo blog per altre tematiche che coinvolgono il paese nella sua totalità, dovrà vedere tutti gli attori in campo convinti e in grado di remare verso la medesima direzione.



