Sì, viaggiare. Ma perché noir?
Nero o macabro che dir si voglia, comincia sempre più a diffondersi una modalità di turismo che induce molte persone a recarsi in località non contemplate dai circuiti tradizionali per raggiungere invece posti ove il filo conduttore è quello della sofferenza e, spesso, della morte.
Una ricerca di evasione dalla routine senza dubbio particolare, che, in parte, richiama quell’esigenza di voler comprendere dal vivo la dura realtà delle crisi politiche, le calamità naturali, i conflitti bellici e gli autoritarismi e stabilire una sorta di legame “non filtrato” con quegli eventi.
Ma c’è anche quel desiderio, inutile nasconderlo, che spinge più di qualcuno a recarsi nelle mete più improponibili per dimostrare soltanto di esserci stato. Il tutto condito da una sorta di “voyeurismo”, che porta, per esempio, a calpestare strade o territori, previo selfie di ordinanza, solo pochi giorni prima colorati di rosso sangue.
E così non deve sorprenderci più di tanto se una recente analisi pubblicata da una rivista specializzata ha messo in evidenza che l’82% dei viaggiatori intervistati preferisce mete in cui può assaporare in diretta (sic…) l’adrenalina di una guerra ancora in corso oppure, rapportandoci alla cruda attualità, programma di visitare l’acciaieria Azovstal, simbolo della resistenza ucraina, poi capitolata alle forze russe, di cui prima nessuno conosceva neppure l’esistenza.
Non v’è dubbio che visitare i campi di sterminio, come quello di Auschwitz-Birkenau, oppure i campi di tortura in Cambogia, dove tra il 1975 e il 1979 più di due milioni di persone vennero trucidate dagli khmer rossi, significa fare i conti con la nuda storia e toccare con mano quanto letto sui libri o visto nei documentari. Ben venga questo modo per rendere omaggio, per non dimenticare.
C’è chi sostiene anche che essere testimone oculare di tragedie convinca a fare un bagno di umiltà e ad affrontare la morte come un evento ineluttabile della propria vita, relativizzando tutto ciò che in un mondo del benessere, come quello occidentale, è spesso ritenuto insormontabile. E non lo è.
Alla visione di uccisioni e stragi l’uomo, in verità, non si è mai sottratto. Basta fare un tuffo nel passato e risalire alle lotte tra i gladiatori nell’antica Roma, alle impiccaggioni pubbliche nel Medioevo oppure addirittura alle carrozze piene zeppe di turisti, che alcuni studiosi ci tramandano essere state poste a debita distanza, in tutta sicurezza, a guardare la battaglia di Waterloo.
Ritornando invece ai giorni nostri, massima libertà nella scelta del posto da visitare o del viaggio da affrontare, ci mancherebbe!
Ma per chiunque risulterebbe difficile – tranne per chi vi è stato o per chi è intenzionato ad andarvi, naturalmente – capire le ragioni che spingono alcuni a recarsi nelle case infestate di McKamey Manor, nel Tennessee, per chiedere di essere sepolti vivi, immersi in acqua fredda fino a sentirsi annegare, e picchiati. Oppure in Giappone a visitare Aokigahara, la famosa foresta dei suicidi.
Per non parlare, visto che fra poche settimane sarà Pasqua, di San Fernando, nelle Filippine. Località ove alcuni volontari, per quanto sia una pratica scoraggiata (ma non vietata…) dalla chiesa cattolica, si lasciano crocifiggere, non per finzione scenica ma realmente, per rievocare e commemorare le sofferenze di Gesù.
Dietro molti di questi fenomeni c’è una terribile tendenza alla spettacolarizzazione del male e del dolore. Nel mondo di oggi, la sofferenza non è più una realtà normale della vita, da attraversare con consapevolezza e dignità, venendo a contatto con la parte più intima e profonda del sé, ma diventa una dimensione che, se non è possibile rimuovere, viene trasformata in evento, per prenderla meno sul serio e banalizzarla, in modo da poterla neutralizzare perchè non faccia più paura.
Ma queste fughe dalle dimensioni costitutive dell’esistenza finiscono per rendere l’uomo sempre più povero, fragile ed esposto al destino. Sempre più solo.
Ben venga avvicinarsi al male per riflettere, condividere ed aprirsi alla solidarietà. Lasciamo stare però di farlo per morbosa curiosità, perché rischieremo di fare del male a noi stessi e agli altri. Il dolore richiede ascolto, rispetto, silenzio, non fragorosi sensazionalismi.
“Alcuni luoghi sono un enigma. Altri una spiegazione” (Fabrizio Caramagna).



