Spagna: 32 ore settimanali per legge a parità di salario. Un azzardo o un esempio per tutti?
Nell’apprendere quanto la Spagna sta ponendo in questi giorni al centro dell’attenzione del mondo del lavoro, il primo pensiero, quasi per effetto indotto, non è stato quello di procedere a una valutazione sull’opportunità dell’iniziativa, ma di richiamare alla memoria un nome e un cognome ben precisi: Fausto Bertinotti.
Correva l’anno 1997 e lo storico leader di Rifondazione Comunista, come senz’altro ricorderanno i lettori più navigati, si fece promotore di un disegno di legge sulla riduzione, a far data dal successivo 1° gennaio 2001, dell’orario di lavoro settimanale a 35 ore a parità di retribuzione rispetto alle 40 ore.
Fu una mossa che tenne in scacco il governo dell’epoca, presieduto da Romano Prodi, fino a farlo cadere, e che in fieri avrebbe provocato l’effetto deflagrante di imporre dall’alto una materia tradizionalmente affidata alle dinamiche tipiche della contrattazione collettiva, sia di primo che di secondo livello.
Proprio di questi giorni, il 19 marzo del 1998 si incontrarono Confindustria e organizzazioni sindacali per tentare di entrare nel merito. Discussione in verità di fatto mai avviata, perché da Viale dell’Astronomia giunse un no secco alla proposta sulle 35 ore.
A Madrid pensano addirittura a qualcosa di più ardito: 32 ore settimanali distribuite su 4 giorni lavorativi. Roba da far impallidire persino le 35 ore in vigore in Francia per legge dal 2002.
Nonostante sia sperimentale e circoscritta a un arco di tempo triennale e alle aziende che vorranno aderirvi, la curiosità di testare sul campo la portata di tale soluzione è forte, soprattutto se letta in controtendenza con l’attuale contesto, caratterizzato da questa emergenza pandemica, che indurrebbe piuttosto a un “serrate le fila” e non a un decremento delle ore lavorate quale volano per superare la crisi.
Analizzando il potenziale approdo a regime, i benefici più evidenti a una prima lettura potrebbero derivare da un maggior equilibrio tra vita familiare e vita professionale del personale coinvolto, da un ritorno positivo per l’ambiente in senso lato in ragione del minor ricorso ai mezzi di trasporto e, più in generale, da un miglioramento di tutto quanto correlato all’indotto, con un fine settimana di tre giorni.
Ma il vantaggio per le imprese? L’omologa associazione iberica di Confindustria ha già preannunciato pollice verso, anche se il governo prevede di stanziare 50 milioni di euro per coprire i costi, passando però dal 100% nel primo anno, al 50% nel secondo e al 33% nel terzo. Poi sarà tempo di bilanci.
Non osiamo neppure immaginare cosa potrebbe accadere nel nostro paese di fronte a una proposta del genere. A prescindere dalle latitudini, però, tutto non può che ruotare attorno alla positiva coniugazione di un binomio fondamentale: nuovi modelli di sviluppo organizzativo e produttività.
Pur nella sua estrema gravità, il Covid-19 ha posto molte aziende e, di riflesso, molti settori merceologici di fronte ad un bivio, ma con una direzione inevitabile. Pena, se non la sopravvivenza, una mancanza di competitività a breve e medio termine, ovvero quella di accelerare sui processi di trasformazione digitale magari già delineati e non ancora tradotti in realtà.
Non si vive di solo smart working, ma a prescindere dalla effettiva denominazione che si è inteso attribuire a quello di matrice emergenziale, non v’è dubbio che il suo consolidamento all’interno delle strutture aziendali, elevandolo a “way of working” è (stata) la sfida cui sono chiamate le imprese. Ciò presuppone una rivisitazione/rimodulazione anche di quanto attiene ad elementi chiave di esso, quali, ad esempio, i criteri di accesso, l’orario di lavoro (ne esisterà ancora uno nella sua tipica accezione?) e il diritto alla disconnessione.
Ma lo snodo di tutti i discorsi resta la produttività. In Spagna sono convinti che le 32 ore, da questo punto di vista, costituiranno la panacea di tutti i mali.
Premesso che il primo passo sarebbe quello di definire una volta per tutte cosa si intenda effettivamente con il termine produttività, ritornando all’interno dei nostri confini organizzazioni datoriali e sindacali dovranno dar lustro a tutta la loro capacità di mediazione e di ricerca di soluzioni anche innovative per provare a contemperare al meglio, rispetto a questo tema, gli interessi delle aziende con quelli dei lavoratori.
E di strada ce n’è davvero tanta da fare, se consideriamo che secondo le ultime stime Ocse disponibili l’Italia si trova ai primi posti per ore lavorate a settimana, addirittura quasi un giorno in più della Germania, ma la classifica si capovolge in quanto a produttività.
Non esistono soluzioni preconfezionate, ma che costo del lavoro e produttività siano due variabili da tenere quanto più possibile allineate è fuori discussione, rendendo sempre più centrale il modello contrattuale come elemento equilibratore tra i due fattori. Allo stesso tempo, che vi siano fattori esterni alla disponibilità delle parti sociali nell’intervenire sulla produttività è altrettanto indubitabile: tecnologia, ricerca, sviluppo e, non da ultimo, capitale umano restano le principali chiavi di volta per governarla e migliorarla.
A proposito delle 35 ore di bertinottiana memoria, fanno riflettere ancora oggi e, sotto certi aspetti, “profumano” di lungimiranza, le dichiarazioni rilasciate a settembre del 2001 dall’allora consigliere incaricato di Confindustria per le relazioni industriali.
«Quando ho iniziato a lavorare – ricordava Guidalberto Guidi – trent’anni fa, si stava in ufficio anche il sabato mattina. Poi si è visto che a un certo punto non si ricevevano più telefonate, che non c’erano appuntamenti, e la mattinata lavorativa del sabato si è sfilacciata. In un futuro più o meno prossimo penso che capiterà anche con il venerdì pomeriggio, già adesso c’è questa tendenza in alcuni Paesi. Ma bisogna vedere quando noi potremo permettercelo”.



