Il Natale di Victor e il suo vetro opaco
Chissà in quel momento cosa passava nella mente di Victor, mentre guardava attraverso quel vetro opaco della finestra in camera da letto. I suoi erano occhi lunghi, di quelli che riescono ad andare sempre oltre.
Quella pietra messa sul passato sembrava più leggera di una piuma. Scoperchiava ricordi che non voleva riaffiorassero. Perché l’unica sua certezza era un presente cupo. E voleva vivere solo in questa dimensione.
Dal quarto piano del suo appartamento vedeva tutto dall’alto in basso. Persone e cose in movimento gli sembravano più piccole, persino più lente. Ma lui era fermo lassù, immobile, anche se il suo cuore e la sua anima vagavano irrefrenabili.
Su tutto un suono. Il suono del silenzio nel quale era immerso. Un silenzio che però gli parlava come nessuna persona aveva finora mai fatto. E lo interrogava.
Quel dito puntato nel suo intimo partiva dalla sua coscienza, con la quale aveva spesso combattuto e vinto. Victor sapeva di non avere colpa per ciò che era accaduto quella notte di un anno fa, quando si sbriciolò in mille pezzi il cammino di una vita insieme. Poche parole, ma di quelle che segnano. Per sempre.
Le aveva ascoltate, quasi incredulo. Lapidarie come una sentenza avversa. Senza neanche avere la forza di piangere. In quel giorno di Natale la sua, piuttosto che una (ri)nascita, era più simile ad una morte. Neanche il dolore fisico avrebbe avuto un effetto così dirompente.
Ma era Natale. Per chi crede e ama lo è sempre. E Victor credeva. Victor amava. Non poteva finire così. Era una speranza che anche lui coltivava.
Il tempo di allontanarsi da quella finestra, per illudersi che in casa vi fosse qualcuno da cui farsi consolare, per poi ritornarvi dopo una decina di secondi.
Ma in così poco tempo era invece cambiata la sua vita. Quel vetro inizialmente opaco ora gli appariva più chiaro e limpido di un cielo terso. Lo stupore fu grande quando quelle persone e quelle cose inizialmente piccole e lente come gli apparivano dall’alto si erano trasformate in persone e cose. Senza aggettivi. Senza orpelli.
I suoi occhi erano stati attratti da un fuoco e da una carezza. Il fuoco alimentato con scarti di fortuna per riscaldarsi in quel giorno rigido. La carezza di quella mamma al suo bambino. E i loro due visi che nonostante il disagio manifestavano ciò che all’uomo solo mancava: la gioia.
Non aveva mai percorso quelle scale più velocemente, tanto da chiedersi se abitasse ancora al quarto piano o al piano terra. Ma Victor aveva solo un desiderio: essere parte, se non addirittura protagonista, di quella gioia.
Lui aveva una casa, intesa però solo come un involucro per proteggersi. Quella mamma e quel bambino, pur con il loro nulla, avevano tutto. Ed era ciò che in quel momento faceva bene al suo cuore. L’unico dubbio di Victor era se condividere la loro attuale condizione ed immedesimarvi, oppure invitarli ad alimentare con il loro calore il suo freddo appartamento.
Dubbio ben presto fugato. E fu bella quella osmosi di storie tutti seduti attorno allo stesso tavolo. Tutti uguali, senza alcuna distinzione.
Victor rimase pietrificato quando il bambino lo accarezzò. Provò una sensazione di benessere interiore, come di persona che si sente realizzata quando rilegge la sua esistenza non alla luce della materialità, ma di ciò che ha saputo trasmettere con il cuore.
Un cuore distrutto. Un cuore rinfrancato. Un cuore ora ricostruito. E che era ritornato a battere più forte di prima.
Quella mamma e quel bambino ritornarono accanto a quel fuoco. Ma non li rivide più attraverso quella finestra. Eppure il vetro era diventato trasparente. Victor sorrise e capì: quel sogno era la realtà che avrebbe voluto nuovamente conquistare.
Fu un Natale indimenticabile. Il più bello della sua vita.
“Poteva sentire il suo cuore tremare e battere di felicità. Finalmente il cuore non serviva soltanto per sopravvivere in quella giornate tutte uguali” (Margaret Mazzantini).


