Il patto del bel gesto
Non bastano, si fa per dire, giornali e televisioni a diffondere storie, resoconti ed immagini, a qualsiasi latitudine, ove il filo conduttore non sia la violenza, il sopruso, il dispregio della vita in generale, con i social media che soprattutto in questi ultimi anni fanno da cassa di risonanza e ne amplificano l’eco.
Un mondo che sembra colorarsi ogni giorno a tinte sempre più fosche e che rappresenta indubbiamente lo specchio della società in cui viviamo. Viviamo, appunto, non che vivono gli altri e il resto del pianeta ne subisce gli effetti nefasti. Perché nessuno può ritenersi immune da ciò che accade anche dall’altra parte della terra, come se migliaia di chilometri di distanza rappresentassero un salvacondotto dalle disgrazie.
Ma ciò che preoccupa più di ogni altra cosa è questa sorta di clima di assuefazione al peggio a cui le nostre coscienze rischiano di abituarsi. Quasi come se ci si arrendesse prima di combattere, tanto – si pensa – “come posso concretamente mutare il corso delle cose, per il quale io resto un elemento impercettibile di un gigantesco ingranaggio in cui sono immerso e che spesso mi sommerge addirittura”?
Per ragioni costitutive dell’essenza stessa dell’uomo fa più presa un avvenimento di cronaca nera piuttosto che una storia che giunge a lieto fine. Il brutto per prevalere sul buono non deve sgomitare, ma trova dinanzi a sé percorsi senza traffico, a differenza del secondo che viaggia sempre su strade tortuose.
Siamo reduci da anni durante i quali gli slogan più gettonati, poi rivelatisi assolutamente fallimentari, sono stati “andrà tutto bene” e “saremo persone migliori”. Niente di tutto questo, al tirar delle somme. Anzi…
Allora lanciamo un patto, che potremmo definire della bellezza o del bel gesto. Un patto, cioè, che parta prima da noi stessi e che si ponga l’obiettivo di dare il giusto e meritato risalto a tante azioni positive, a tante circostanze di sano altruismo, che la quotidianità nella maggior parte dei casi fagocita o relega nei titoli di coda della nostra esistenza.
Non si tratta di far vivere al diretto interessato il classico quarto d’ora di notorietà, prima di essere rituffato e risucchiato nuovamente nel più completo anonimato. Ma la potenza del bene e la capacità di saperlo testimoniare negli ambienti che frequentiamo hanno un vigore di propagazione tale da diventare fonte di ispirazione per gli altri e da far scaturire frutti insperati, anche a distanza di tempo. Senza i like di facebook o di instagram.
Servirà a scongiurare le guerre o a evitare le catastrofi naturali? Certamente no. Ma se questo scatto in avanti non farà dapprima presa nel cuore di ognuno di noi – aiutando, ad esempio, chi non riesce da solo a svincolarsi da contesti socio-economici complessi e problematici e non possa apprezzare, non per propri demeriti, quanto la vita di bello possa riservare – vana è la nostra speranza di sognare un mondo in cui le discriminazioni e le diseguaglianze d’ogni genere siano tendenti allo zero.
Di sognare in altri termini un mondo migliore. Se non per noi stessi, quanto per le generazioni a venire. E raddrizzare un mondo che va alla rovescia.
A partire, se del caso, anche dal nostro piccolo mondo.
“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” (Laozi).




