Una goccia al giorno leva la crisi di torno
È stato bello vedere di nuovo un sacerdote chinarsi davanti ai suoi collaboratori per lavare i loro piedi: segno anche questo di una ripresa della normalità post (speriamo) Covid, ma soprattutto l’occasione per tornare a riflettere sul senso di questo antico gesto.
La lavanda dei piedi ovvero l’amore che arriva “fino alla fine”, che abbraccia tutto, che non sconta niente. L’amore che si prende cura anche di ciò che è maleodorante, di ciò che fa vergogna di noi stessi, di ciò che abbiamo difficoltà ad accettare di noi: chi ci ama si prende cura di noi lì dove siamo più fragili e vulnerabili e ci accetta così come siamo.
Anche da un punto di vista laico credo che questo brano del Vangelo di Giovanni sia un modello da tener presente in ogni amore maturo. Del resto Giovanni è uno specialista dell’amore: il primo segno pubblico che attribuisce a Gesù avviene, non a caso, ad una festa di matrimonio, a Cana di Galilea.
Il fatto è noto. Durante il banchetto di nozze finisce il vino e Maria, che ha sempre 1000 occhi per le necessità altrui, dice al Figlio di intervenire e gli “strappa” il primo miracolo: Gesù dice ai suoi servi di riempire di acqua le giare (80 litri ciascuna) e tramuta l’acqua in vino.
Potrebbe sembrare una magia, alla Harry Potter, e invece dentro la storia c’è tutto il senso di ciò che ci dà vita.
L’ho assaporato meglio leggendo ultimamente “I 5 linguaggi dell’amore”, il best seller di Gary Chapman che ha riscosso tanto successo probabilmente perché risponde ad una sete profonda dell’uomo d’oggi: imparare a comunicare l’amore.
Nel mondo globale e poliglotta la difficoltà è capirsi: ci si sforza di parlare la lingua dell’altro, ma inevitabilmente ognuno ha più dimestichezza con la propria lingua madre, con le proprie immagini, categorie, locuzioni e modi di dire. Se poi aggiungiamo le infinite varianti dei dialetti, rischiamo davvero di perderci nell’incomunicabilità.
Chapman ci dice che lo stesso avviene nell’amore: sin dall’infanzia abbiamo un serbatoio emozionale in cui si deposita l’amore che riceviamo, nella lingua madre dei nostri genitori.
Ogni essere umano ha bisogno di sentirsi amato e nella misura in cui il bambino si sente accolto dai propri genitori il serbatoio si riempie. Se le risorse scarseggiano, nascono comportamenti inadeguati e sbagliati.
Questa necessità nasce da bambini e si mantiene nell’età adulta: il matrimonio risponde proprio al bisogno di intimità e di affetto che ciascuno prova e funziona nella misura in cui il serbatoio è pieno. Ma occorre riempirlo secondo la lingua madre dell’altro che altrimenti non comprende il nostro amore.
“Riempite d’acqua le giare… le riempirono fino all’orlo”: questo è il “comandamento” di Gesù sul matrimonio. La festa di nozze si chiude quando lasciamo che la quotidianità, gli affanni, le stanchezze, i problemi prendono il sopravvento ed esauriscono il serbatoio.
Non si sa come si finisce per concludere: “non ti amo più” ed è il fallimento di tutto. Si sgretolano famiglie, ci si distrugge reciprocamente, si devastano psicologicamente i figli, viene a mancare la terra sotto i piedi e si ipoteca il futuro.
Forse sarebbe bastato tenere reciprocamente pieno il serbatoio, amare l’altro lì dove aveva bisogno di essere accolto, nel modo che il suo cuore chiedeva…
La storia di Cana finisce con il maestro di tavola che si complimenta con gli stessi sposi perché il vino appena attinto è migliore di quello servito ad inizio banchetto. Un amore stagionato, che matura negli anni, che impara a crescere e a mettersi in discussione è in grado di realizzare quella speciale pozione di complicità, armonia, unione, che tutti apprezzano e di cui può beneficiare anche chi vive accanto.
“Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri… ma sopra tutte queste cose rivestitevi di amore, che le unisce in modo perfetto” (San Paolo).
