Smart working, che non diventi un’occasione sprecata
“Sarà interessante tracciare un bilancio al ripristino di una generale situazione di normalità. Da un lato assisteremo ad aziende che, già reduci da una esperienza ormai consolidata di smart working, non faranno altro che continuare a credere ancor di più in questo strumento invertendo, ad esempio, in un arco temporale di riferimento, il numero maggiore dei giorni di lavoro fuori dalla sede con quelli all’interno della stessa.
Dall’altro, invece, non è da escludere che realtà imprenditoriali, anche di un certo peso, come già sta accadendo, decideranno di fare dietrofront ritenendo l’ufficio ancora il contesto migliore in cui creare e sviluppare il senso di appartenenza, soprattutto dei più giovani, cementare effettivamente lo spirito di gruppo e dare il giusto spazio alle idee innovative”.
Quel momento all’insegna del “redde rationem”, che da queste pagine era stato già preannunciato poco più di due anni fa, sembra essere arrivato. I numeri vertiginosi che ne hanno contraddistinto e sostenuto la diffusione sembrano infatti registrare attualmente una fase di stanca, se non di regresso.
Non occorrono giri di parole: lo smart working è in crisi? Oppure sarebbe meglio affermare che vive una fase di “riflessione” quella proverbiale capacità delle organizzazioni aziendali più lungimiranti di anticipare i cambiamenti, oppure di assecondarli, ovvero ancora di saperne sfruttare l’onda lunga anche ridimensionando la portata degli stessi, ma non rinunciandovi completamente?
Di certo tutti ricorderanno le dissertazioni e i dibattiti sorti durante la fase emergenziale del Covid-19 per legittimare, allo scopo di attribuirgli dignità di natura giuridica certa, il lavoro agile riconducendolo ad una sorta di ibrido tra un non meglio identificato lavoro da remoto e il telelavoro. Né tantomeno può essere dimenticata la diffusa preoccupazione, permeata di scetticismo a prescindere, sulla tenuta infrastrutturale delle nostre reti trasmissive e di telecomunicazione in generale che, invece, al tirar delle somme, hanno retto abbastanza bene il prolungato “stress test” della pandemia.
Ma proprio ora che sul tema specifico tra mondo normativo e tecnologico – con il secondo tenuto con il freno a mano tirato dal primo che spesso ne rendeva inespresse o limitate le potenzialità applicative – sembrano esserci maggiori convergenze, tutto rischia di essere rimesso in discussione.
È pur vero che molto tempo prima che la fase acuta dei contagi vivesse la sua parabola discendente, numerose imprese avevano già dato luogo ad azioni volte a pianificare gradualmente il rientro del personale all’interno delle sedi, applicando una sorta di modello ibrido come soluzione a questo punto buona per tutte le stagioni.
Però rinunciare completamente allo smart working significherebbe perdere una grossa opportunità rispetto alle innovazioni digitali che ne sono conseguite, anche e non solo in funzione di esso.
Individuare la classica via di mezzo al fine di cercare di accontentare tutti o, al contrario, di tentare di scontentare quanto meno possibile, non è però sempre facile. Fare sintesi tra la salvaguardia delle esigenze collettive e le istanze provenienti dal singolo dipendente è infatti materia molto delicata, che sottopone a una prova di tenuta non da poco le organizzazioni aziendali.
Nel frattempo molte persone si sono create quasi un mondo parallelo, fatto di nuovi equilibri e di forme di conciliazione tra vita professionale e vita familiare, che rischiano di essere messi a dura prova, se non addirittura di venir definitivamente meno. Cosa accadrà a medio e lungo termine? Questo è l’interrogativo più critico e complesso.
Le situazioni oggetto di valutazione possono essere molteplici. Come gestire le dinamiche all’interno di un gruppo in relazione alla eterogeneità dei componenti non solo dal punto di vista anagrafico, ma anche sociale e “tecnologico” è diventata la vera sfida, presupponendo una visione che vada ben oltre la sfera tipicamente lavorativa.
E se invece la vera sfida – ambiziosa senza dubbio, ma non poniamo limiti alla capacità e all’inventiva delle nostre aziende – fosse un’altra? Quella, cioè, di provare ad implementare lo smart working in realtà apparentemente e tecnicamente non compatibili con esso? Magari proprio da quest’ultime potrebbe scattare quella spinta propulsiva nei confronti delle altre aziende già rodate in materia nel riconsiderare la validità di una scelta iniziale magari troppo superficialmente archiviata o ridimensionata.
Ecco infine, fra le tante “spie” sul cruscotto, quale potrebbe essere quella utile a testare bontà e qualità dello smart working in un’organizzazione aziendale. Meglio ancora, dello smart working e dell’organizzazione aziendale: da parte del manager incassare nella maniera più indifferente possibile il no di un suo collaboratore per una richiesta di lavoro, seppur ritenuta urgente, fattagli pervenire nelle ore più impensate. Da parte del collaboratore saper dire quel no senza temere alcuna ripercussione per il suo futuro.
La differenza, alla fine, la fanno sempre le persone. Smart working sì, smart working no.

