Sicurezza come valore per ridare il giusto valore alla vita
Indignazione, sconcerto, rabbia, frustrazione. Quando si muore per o sul lavoro – la giusta preposizione da utilizzare è solo questione di semantica – il rischio più forte che si corre è quello di andare alla ricerca dell’enfasi per sottolineare una tragedia, per manifestare la propria costernazione e per sperare (purtroppo invano, ahimè) che sia l’ultima.
Un mix di sentimenti e di comportamenti ormai rientranti in una consolidata routine, in funzione della quale l’impegno di cambiare registro è inversamente proporzionale, al tirar delle somme, alla concretezza dei risultati raggiunti. Da parte di tutti.
E poi? Quali sono le certezze che quanto accaduto pochi giorni fa a Brandizzo possa costituire in assoluto il definitivo spartiacque tra un prima e un dopo? Un prima permeato di leggerezze, di sottovalutazione, di complici omissioni ed avalli, affidando spesso “chiavi in mano” al destino il buon andamento delle operazioni? E un dopo all’insegna di una improcrastinabile presa di coscienza generale?
Troppe volte si resta inermi di fronte alla classica affermazione del “tanto si è fatto sempre così”, quasi come se un’esistenza spezzata rientri fisiologicamente nello scotto da pagare in termini statistici ad una gestione fino a quel momento positiva per la legge dei grandi numeri.
In un’epoca ove la digitalizzazione, l’automazione e l’intelligenza artificiale stanno aprendo nuove prospettive, infrangendo spesso muri tecnologici impensabili – tutto ancora da stabilire e valutare quanto a totale vantaggio dell’uomo – risulta quasi un paradosso che la sinistra contabilità degli incidenti e dei decessi in occasione di lavoro non solo non si arresti, ma si incrementi progressivamente di anno in anno.
Generalizzare sarebbe tuttavia l’errore più grave, anche semplicemente per una mancanza di riconoscenza verso quelle realtà – e sono tantissime nel tessuto produttivo italiano – nelle quali la sicurezza sul lavoro viene coniugata non solo nel rispetto delle leggi, ma anche attraverso iniziative di sensibilizzazione a testimoniare non la mera applicazione di normative specifiche solo perché imposte, ma la piena adesione allo spirito che le contraddistingue.
Sicurezza come valore e cultura della sicurezza. Quante volte abbiamo sentito pronunciare questi due slogan nell’ambito di convegni, in dichiarazioni rilasciate ai media, da parte di chi è direttamente coinvolto sul tema, pur con diversi livelli di responsabilità? Indubbiamente fanno molto effetto e lasciano il segno, perché sono riassuntivi delle dinamiche più giuste con le quali tentare di invertire la rotta, al di là dei provvedimenti legislativi più articolati e degli apparati sanzionatori più rigidi.
Ma è necessario fare un ulteriore passo in avanti che, sotto taluni aspetti, sembrerebbe esulare dal contesto e che, invece, proprio in un ambito nel quale la manifestazione della dignità della persona acquisice un significato addirittura “sacro”, può trovare terreno fertile.
Tutto ciò si traduce in cultura della vita. In un ripristino, cioè, del valore dei valori, troppo spesso relegato ai margini e finito per ridursi a semplice espressione della debolezza di un tessuto sociale disgregato.
Cominciare a salvaguardarla come merita, a maggior ragione quando una vita che si spezza sul lavoro per inefficienza e leggerezza altrui può gettare nel più profondo disagio un’intera famiglia, deve essere l’obiettivo da perseguire.





