Papà, che cos’è la guerra?
Forte quanto e più di una stilettata al cuore ti arriva all’improvviso questa domanda. E tu resti per un attimo interdetto, ma sei consapevole che devi comunque dare una risposta, con il rischio di cadere nella più scontata banalità.
Perché anche durante una vacanza in montagna fa bene al cuore degli adulti rigenerare il passato e aprire una parentesi all’interno della quale un bambino di poco meno di sei anni possa entrarci in punta di piedi. E comprendere, pur con le sue dinamiche. Spesso sorprendenti. Raramente lontane dalla realtà.
Così, mentre ci si staglia di fronte l’ascesa verso l’imponente ghiacciaio della Presena, nel comprensorio del Tonale, a quota 3mila metri, un tunnel alla nostra destra, scavato nella roccia, attira la sua attenzione. Un semplice sguardo complice tra mamma e papà e si entra.
Le Dolomiti sono un libro di storia aperto nell’eternità. Non v’è roccia, nella sua bellezza policroma, che non sia testimone di un evento bellico e non possa custodire e tramandare, dietro quella solo apparente nudità, un messaggio per chi, a distanza di oltre un secolo, ha la fortuna di frequentarle in estate con lo zaino da turista sulle spalle e in inverno con gli sci di fondo ai piedi.
Spari di fucile. Colpi di cannone. Grida disperate di soldati. Immagini della Grande Guerra, che in quell’antro creato ad hoc riproducono la tristezza di quei momenti ed esaltano i bellissimi lineamenti di tantissimi giovani che perdendo la vita hanno restituito ai posteri la libertà messa in discussione e violata dalla follia di pochi.
Per lui la parola guerra è sinonimo di Putin. Come potrebbe essere altrimenti, se i primi accenni di una coscienza che comincia pian piano a formarsi è stata condizionata da quasi due anni a questa parte dall’eco dei combattimenti alle porte dell’Europa tra Russia e Ucraina…
Essere reticenti nei confronti di un bambino, pensando di doverne preservare l’innocenza da ogni circostanza negativa, sarebbe l’atteggiamento più sbagliato da adottare. Soprattutto quando le domande cominciano a farsi numerose e la sua curiosità aumenta.
Il culmine viene raggiunto quando – nel raccontare come su quelle montagne fossero stati catapultati ragazzi completamente ignari di cosa fossero i rigidi inverni con la neve ed il ghiaccio, sradicati improvvisamente dai campi o dal mare, privi della pur minima conoscenza dei luoghi, per non parlare delle attrezzature in dotazione – ti chiede senza mezzi termini, attirando anche l’attenzione degli altri visitatori: “Allora potrebbe capitare anche a me”?
Questa volta non c’è alcuno sguardo complice. Parto in quarta e gli rispondo di sì, predisponendomi al peggio dal punto di vista emotivo. E invece nulla. Tranne il silenzio di chi dinanzi a sé ha un’esistenza ancora tutta da scrivere.
Un signore di una certa età, sulla ottantina, si avvicina intanto e gli sussurra nell’orecchio: “Coltiva la pace, a cominciare dalla scuola e in tutti gli ambienti che frequenterai. Perché la pace è un dono che parte dai piccoli e dalle cose piccole”. E si incammina verso l’uscita.
A spiegare cosa siano le cose piccole è poi toccato a papa e mamma.
Ritornati all’esterno, restiamo sorpresi nel vedere ancora quella persona venirci incontro. Senza preamboli: “Sono il nipote di (prima il cognome, poi il nome, tipica presentazione dei militari) e sono nato a Catanzaro. Mio nonno ha combattuto su questo fronte e non è più ritornato a casa”.
E ci racconta il suo sogno. “Ogni volta che lo scioglimento dei ghiacci fa riemergere corpi di soldati, spero sempre che ci possa essere anche lui per dargli degna sepoltura. È questo il solo pensiero che mi dà ancora la forza di tornare qui”.
Un sogno forse non impossibile da realizzare, considerato che nel piccolo cimitero di Peio vicino alla chiesa di San Rocco sono sepolti corpi di soldati riaffiorati dai ghiacciai nel 2009.
Nella memoria, il ricordo.
“Non sa dire la tomba il nome mio, ma lo conosce e benedice iddio” (dalla lapide di un cimitero militare).

