Quella lotta tra il recupero della dignità e i giudizi affrettati
Prigioniere due volte: di chi ammalia con promesse vacue e costringe a tessere fisicamente la trama della sua esistenza nel modo più turpe e di chi, invece, nella maggior parte dei casi la propria famiglia, beneficia del suo triste donarsi, ignara della genesi di quei soldi.
Quando si dice una combattuta dignità. Quella che a tutti i costi si vorrebbe riacquisire. Ma anche quella per cui il continuare a privarsene diventa fonte di sopravvivenza per altri.
Che triste contraddizione è la vita. Perché, se fosse dipeso solo da lei, avrebbe già da tempo messo la parola fine a quella situazione balorda. Ma non può.
Quelle banconote frutto della vendita del proprio corpo sono più importanti dell’aria per le persone a te care. Figli da sfamare a migliaia di chilometri di distanza, oppure acciaccati genitori anziani, la cui sofferenza può essere alleviata da farmaci costosissimi e per giunta impossibili da trovare.
La classica strada senza uscita. Ove se guardi solo a te stessa potresti ancora sognare il barlume di una rinascita, cercando di scrollarti definitivamente di dosso quel passato fatto di illusioni finite presto nel buio. E se pensi agli altri ti accorgi che sei l’unico tramite del loro star bene. Tu, d’altra parte, sei quella che ce l’ha fatta, la fortunata della famiglia, quella che ha varcato il mare e ora ha i soldi… E allora?
Non c’è peggior nemico dei sensi di colpa e di una verità nascosta. Che agiscono quasi paralleli. Una tragedia nella tragedia. Perché è triste il rumore che si sente dentro quei corpi, spesso schermati da pochi brandelli di abiti persino nelle sere e nelle notti più fredde.
Esse non chiederebbero mai aiuto per cercare di uscire da quella devastazione psicologica, oltre che fisica, in grado di annichilire chiunque, persino le menti più libere. Perché sono ostaggio dell’altrui sorte che a sua volta dipende da loro stesse.
Bastano pochi minuti nell’ascolto di chi dedica la propria vita a tentare di restituire una dignità a queste donne per avere l’esatta dimensione di un mondo in cui il male più grande risiede nella superficialità di chi giudica senza sapere o di chi si ferma alla prima errata constatazione.
Dietro e dentro ogni corpo c’è una storia. Ma quando ciò che viene ridotto ad oggetto animato (il solo scriverlo è un macigno, ma purtroppo è l’amara realtà) ritorna a voler essere, pur con molta fatica e disagio interiore, una “nuova” persona, ciò accade perché scatta quella fiducia necessaria per volersi far aiutare.
Ecco allora che diventa più facile aprire la porta del proprio cuore e della propria mente e lasciare le chiavi della vita di queste persone nelle mani di chi si muove verso di esse con tatto, discrezione, buona volontà e tanto amore.
Ma la soluzione non è a portata di mano. Troppe domande a cui dare risposta: se lascio la strada chi si occuperà dei miei? Quale sarà il mio futuro? Chi mi ha condotta qui non mi lascerà stare facilmente? Chi mi darebbe mai un altro lavoro?
Forse queste domande dovremmo farle a noi stessi. E una su tutte: perché? Forse perché c’è un falso perbenismo che non passa di moda? Forse perché troppo facilmente liquidiamo la faccenda scuotendo la testa quando vediamo una di queste poverette sulla strada e passiamo oltre?
Partiamo dal cambiare il nostro sguardo: che sia di tenerezza piuttosto che di giudizio.
“Non possiamo mai giudicare le vite degli altri, perché ogni persona conosce solo il suo dolore e le sue rinunce. Una cosa è sentire di essere sul giusto cammino, ma un’altra è pensare che il tuo sia l’unico cammino” (Paulo Coelho).


