Intelligenza artificiale e mito di Theuth

È materia così ostica, dai mille risvolti, anche etici, e dalle altrettante ripercussioni, nel mondo del lavoro in particolare, che pensare di fornire la soluzione giusta per il contemperamento delle diverse sensibilità significa sbagliare in partenza.

Che l’intelligenza artificiale stia ormai rappresentando un approdo inevitabile è ormai fuori di dubbio. Sul quanto auspicato e con quali concrete e definitive modalità applicative resta tutto ancora da scoprire, quasi come se ci trovassimo di fronte ad un banco di prova in continua evoluzione, la cui parola fine diventa sempre l’inizio di una fase nuova.

Siamo in presenza dell’ennesima rivoluzione copernicana, che finirà per segnare il classico passo di non ritorno, pur con tutti i contrappesi, anche normativi e di tutela della persona, che si stanno cercando di predisporre nei diversi ambiti e ad ogni livello.

Forse il mito, espressione della fantasia ma con un taglio esperienziale sempre ricorrente, sotto certi aspetti simile alle chiavi di lettura derivabili da una parabola evangelica, può contribuire, se non a dirimere i dubbi e le perplessità, quantomeno a ricondurre alla stretta attualità situazioni che nella loro dinamica potrebbero apparire completamente avulse dal contesto. E invece…

Scomodiamo allora Platone e il suo “Fedro”, personaggio che in questo omonimo scritto il filosofo greco fa dialogare con Socrate. Centrale nella loro interlocuzione è l’incontro tra il re egiziano Thamus e il dio Theuth, con il secondo che presenta al primo, elogiandola senza mezzi termini, la sua ultima invenzione: la scrittura.

“Questa conoscenza, o re – sosteneva Theuth – renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perchè con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza”.

L’entusiasmo dello scienziato venne subito mitigato dalla replica, quasi stizzita, del faraone. “O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che lo adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque tu hai trovato non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria”.

Insomma da che mondo è mondo i pensatori hanno sempre messo in guardia contro i rischi dell’evoluzione tecnica e tecnologica: arricchisce l’uomo o lo depaupera?

Proiettato ai nostri giorni, chissà se Thamus avrebbe reagito alla stessa stregua se, invece della scrittura, Theuth gli avesse presentato con la stessa enfasi l’invenzione dell’intelligenza artificiale.

Cercando di decodificare in chiave moderna il dialogo originario, Theuth, ad esempio, porrebbe di sicuro l’accento sulla rapidità di esecuzione delle attività prima assegnate all’uomo, ora alle macchine, con il relativo innalzamento dei livelli di sicurezza. Dimostrerebbe il potenziale miglioramento dell’assistenza sanitaria, dei trasporti, dei servizi fatti su misura, lo sviluppo di una nuova generazione di prodotti e servizi. Il tutto attraverso una puntuale gestione dei dati sia in un’ottica preventiva che previsionale.

E come risponderebbe Thamus?

Se mantenesse fede al suo consolidato orientamento, evidenzierebbe che il porre tutto facilmente a disposizione di tutti farebbe venir meno la figura dell’esperto, del saggio, del mediatore, della persona autorevole. Salvo poi dimostrare che se tutti sanno tutto, forse nessuno sa veramente nulla in maniera approfondita.

Motiverebbe il timore che, a tendere, l’automazione possa integralmente soppiantare l’uomo, con la conseguenza di un irrimediabile impoverimento delle sue capacità intellettive. Si preoccuperebbe del rischio che la velocità di evoluzione della tecnica potrebbe deflagrare se finisse nelle mani sbagliate, fino a paventare il sovvertimento della destinazione d’uso da vantaggiosa ad addirittura dannosa.

Ed in effetti anche ora, ai trionfalistici entusiasmi di alcuni per le straordinarie innovazioni connesse all’intelligenza artificiale, fanno eco visioni tetre di altri che presagiscono dietro questi sviluppi la fine dello stesso genere umano.

Da che parte stare? Visto che oggi scomodiamo i filosofi, tiriamone in ballo un altro: Hegel ci insegna che quando c’è una tesi e ad essa si contrappone un’antitesi, occorre fare sintesi. Vale a dire che il cammino del progresso non va arrestato, scoperte ed innovazioni vanno incoraggiate, ma ad esse deve sempre accompagnarsi un pensiero critico  “capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno”.