Quando il tempo di uscire arriva prima del tempo di finire
Non è poi così automatico, come spesso si tende a pensare, che a un certo punto si abbia davvero voglia di smettere. L’idea della pensione come traguardo desiderato — quasi una ricompensa dopo anni di lavoro — si è costruita nel tempo più sulla fatica accumulata che su un reale desiderio di uscita, più su ciò che si è lasciato indietro che su quello che si immagina di poter finalmente recuperare.
E infatti la maggior parte delle persone non vede l’ora. C’è chi arriva stanco, chi semplicemente non ne può più di ritmi che non sente propri, chi ha messo da parte pezzi di vita interi e spera, finalmente, di riacciuffarli.
Poi c’è tutto il resto, meno raccontato ma più concreto: genitori da seguire, figli che lavorano, nipoti da accudire. Una rete silenziosa che tiene insieme famiglie intere e che spesso si regge proprio su chi, ufficialmente, ha “finito” di lavorare, ma in realtà ha appena cambiato tipo di lavoro.
La pensione, così, diventa una liberazione. Non sempre felice, ma necessaria. Poi ogni tanto succede qualcosa che non rientra in questo cliché.
Un docente di un liceo di Brescia fa ricorso al Tar e ottiene una sospensiva sul suo pensionamento, già disposto. Una notizia piccola, quasi burocratica, di quelle che scorrono senza lasciare traccia. Eppure basta a incrinare un automatismo: cosa accade quando qualcuno non vuole uscire?
Non per bisogno, non per attaccamento sterile, ma perché quel lavoro — insegnare, in questo caso — non si è consumato fino a diventare insopportabile, non è stato svuotato di senso, non è diventato solo un conto alla rovescia. Succede poco, ma succede. E quando accade, mette in discussione più di quanto sembri.
Il sistema è costruito per funzionare in modo semplice: a un certo punto si esce. È giusto, è ordinato, è necessario. Senza ricambio, senza spazio per chi arriva dopo, tutto si bloccherebbe. Il punto è che, nel far funzionare il meccanismo, si finisce spesso per appiattire situazioni molto diverse tra loro.
Tra il diritto di andare in pensione e l’idea che si debba farlo automaticamente quando arriva il momento previsto, c’è un margine che raramente viene preso sul serio. Non tutti arrivano allo stesso modo, non tutti lasciano le stesse cose, non tutti escono davvero. E non tutto è sempre avvicendabile come un automatismo.
Nella scuola questo si vede bene, anche se non si dice. L’insegnamento non è solo trasmissione di contenuti — quelli si aggiornano, si rinnovano, si sostituiscono — ma è anche esperienza, capacità di leggere situazioni, di intuire passaggi non contemplati dai programmi. Una conoscenza che non si accumula in modo lineare e che non si trasferisce d’incanto.
Quando però arriva il momento, tutto questo viene trattato come se fosse intercambiabile. Succede anche nelle aziende, con modalità diverse ma con la stessa logica. Da anni si insiste — a volte con convinzione, altre per inerzia — sulla necessità di “dare spazio ai giovani”, come se bastasse questo a spiegare tutto. Spesso accade a prescindere, senza distinguere, senza valutare davvero.
È una scorciatoia comoda. Non sempre efficace. Il nodo non è scegliere tra giovani e meno giovani, ma capire come farli lavorare insieme senza trasformare il passaggio in una sostituzione secca. Servirebbe una continuità, un affiancamento reale, non formale, capace di trasferire non solo competenze tecniche, ma un modo di stare dentro il lavoro. La parte più difficile da insegnare.
Dentro quel passaggio non ci sono solo procedure o conoscenze, ma esperienze, errori evitati, situazioni già viste. Un bagaglio che non entra nei manuali e che, se non viene trasmesso, si perde. E questo è uno spreco.
Non tutti vogliono restare ed è giusto così. C’è chi aspetta quel momento come una liberazione e ha tutte le ragioni per farlo. Ma proprio per questo ha ancora meno senso trattare allo stesso modo chi non vede l’ora di uscire e chi, invece, sente di avere ancora qualcosa da dare.
Le regole servono. Servono sempre. Ma a volte diventano il modo più semplice per non distinguere. E al tirar delle somme, più che decidere quando qualcuno deve uscire, non ci chiediamo mai se avesse davvero finito.
“Non si finisce mai di diventare ciò che si è” (Friedrich Nietzsche).
