La solitudine che non si arrende all’indifferenza
Una semplice coincidenza? Un irripetibile incrocio di congiunzioni astrali favorevoli? Pur provenendo da una zona diversa della città, trovo lo stesso spazio libero per ben tre volte nella stessa giornata e sempre accanto alla stessa auto! O quella che fino a qualche anno fa poteva ancora definirsi tale.
Tutte le gomme spiaccicate a terra, colori indefinibili, divorati dal sole, di una carrozzeria che fu, addirittura il sedile del guidatore che manca, marchio di fabbrica del passaggio di un provetto mago del furto.
Il giorno dopo la stessa cosa! C’è del vetro a terra che non riesco a scorgere in quell’area di pochi metri quadri? Oppure una sorta di Triangolo delle Bermude che ingoia tutte le auto che ardiscono fermarsi lì?
All’improvviso, però, mentre la curiosità si sta ormai definitivamente impossessando degli occhi, nell’abitacolo si solleva un uomo, il finestrino si abbassa e si apre lo sportello. Il finestrino allora funziona! Anche lo sportello! E c’è pure il sedile del guidatore!
Barba incolta, ma non di tanti giorni, sguardo spento, ormai rassegnato alla vita grama che conduce, intorno ai 60 anni, anche se ne dimostra almeno 10 di più, camicia (camicia?) e pantalone (pantalone?) di unto policromo, avanzi di cibo disseminati dappertutto. L’auto è il suo mondo, la sua casa, il suo tutto.
Tu vorresti chiedergli tante cose, ma fa prima lui a rompere il ghiaccio. Il suo è un monologo per il quale tu sei solo uno spettatore. “Mi chiamo Gaspare – comincia – e mi trovo in questa situazione per colpa della mia famiglia. Lavoro come manovale ai mercati generali. Sto bene così, ho trovato la mia stabilità”.
Mi appoggia una mano sulla spalla e continua. “Vedi queste macchine? Li conosco tutti, sono sempre le stesse persone di queste case. Ma qui basta che si corre avanti; almeno una volta potrebbero guardare anche di lato”.
Resto esterrefatto da quest’ultima affermazione sia per la sottesa metafora che per l’assenza di alcun tono rancoroso. Ne avrebbe avuto ben donde. E mentre nella tua testa cominci ad elaborare il modo migliore per aiutarlo e preservare comunque la sua dignità pur in un contesto di disagio assoluto, Gaspare conclude spiazzandomi e senza darmi il tempo (la forza mi era già venuta meno) di replicare.
“Ti posso dire una cosa? Grazie. Oggi finalmente ho trovato qualcuno che mi ha ascoltato e questo mi basta. So cavarmela da solo, non preoccuparti. Ho tutto per vivere e senza fare del male a niente e a nessuno”.
Tutto? Vivere? Il tutto è un niente e il vivere è un sopravvivere, se non un arrabattarsi?
Mi allontano (non ricordo un saluto) pervaso dal dubbio se agire di iniziativa o rispettare la sua volontà, per quanto figlia di una vita che gli ha voltato le spalle. Giudicarne ed analizzarne le ragioni sarebbe l’atteggiamento più sbagliato e meno rispettoso verso Gaspare.
Pochi istanti prima avevi di fronte una persona. Una persona. Sconfitta, ma non vinta, dall’abbandono e dalla solitudine.
Quando anche le parole contano. In cinque minuti.
“Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste cose sono relative. Ciascun volto è il simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi” (Tahar Ben Jelloun).



