La panchina e il fiore
Era dietro quella panchina. Apparentemente senza un perché. Sorto in maniera spontanea un giorno di tanti anni fa, quando il soffio impetuoso di un vento gelido decise che quel seme dovesse albergare proprio lì, in quel parco. E generarne un fiore unico.
La panchina e il fiore. Un essere (un essere?!?) inanimato e un dono dalla natura per la natura. Nulla in comune. Distanti nella genesi, distanti nella missione, distanti nella durata. Eppure così vicini, non solo per lo spazio condiviso.
Con la sua corolla di luccicanti petali gialli, il gambo lungo, sottile, ma al tempo stesso resistente, il fiore proiettava se stesso, adornandola con la sua piccola ombra, quella panchina consumata dall’incedere del tempo. Chissà quante storie avrà ascoltato e quanti segreti conosciuto.
Giovani innamorati che su quelle precarie assi di legno tenute ancora insieme da qualche arrugginito bullone si erano scambiati il primo bacio. Nonni esausti e con il cuore in gola che finalmente potevano beneficiare di un po’ di riposo prima di riprendere l’inseguimento dei loro vivacissimi nipoti. Lettori, non solo della domenica, che vi si accomodavano felici di quel sano equilibrio fatto di silenzi, tepore e libertà.
Quel fiore non poteva non essere ammirato. Era sorprendente, anzi, il modo con cui, pur in una posizione defilata, quasi sembrava si muovesse per attirare l’attenzione e fare gli onori di casa a chi si accomodasse su quella panchina.
Strano, molto strano, che nessuno si fosse sognato di sradicarlo dalla sua dimora. Quella dimora che, fosse dipeso da lui, non avrebbe mai scelto, preferendo la compagnia di tanti suoi simili in mezzo a distese sconfinate e policrome.
Ma quel fiore era un fiore speciale, simbolo della bellezza per tutti e non poteva diventare il frutto dell’egoismo di qualcuno. La vita solitaria che conduceva non lo aveva demoralizzato, ma rafforzato nel suo io. E poi accanto a sé c’era quella panchina. Non respirava, ma la sua sola presenza gli infondeva sicurezza, gli dava vita…
… fino a quando quei petali abbandonarono per sempre quella corolla, che costrinse il gambo a ripiegarsi su se stesso, ma non a spezzarsi. Di quel meraviglioso fiore c’era ormai solo il ricordo.
Anche la panchina non sembrava più la stessa di prima. Quanto avrebbe dato per ritornare ad essere frequentata come un tempo. Invece la gente semplicemente passava, uno sguardo distratto, e andava oltre. In cerca di più comode alternative.
Una vita che nasce, cresce e muore. Ma muore davvero? O vive sotto un’altra forma? Il fiore non era reciso. Forse era sconfitto, ma non vinto definitivamente. Perché anche quel ripiegarsi su se stesso simboleggiava una forma di vita. Diversa, ma pur sempre una vita. Fatta probabilmente meno di bellezza, ma più di concretezza, di autenticità. Da quel momento quel fiore era diventato tutto questo. L’apparenza aveva ceduto il passo alla sostanza. Ed era bellezza anche così. Forse addirittura più vera.
C’era una simbiosi perfetta. Perché quel fiore aveva un senso proprio lì solo perché anche quella panchina era proprio lì. E se prima era il fiore a coprire con la sua piccola ombra quella panchina, altrimenti completamente baciata dal sole di giorno e dalla luna di notte, ora era la panchina che proteggeva il fiore.
Avessero potuto parlare, la panchina e il fiore non avrebbero rimpianto ciò che erano stati. Perché contava solo l’oggi. Quel momento.
Il momento in cui il fiore sapeva che non avrebbe più potuto donare bellezza alla panchina. Il momento in cui la panchina aveva compreso di essere diventata l’unica protezione per quel fiore.
Metamorfosi di comportamenti.
“Nulla perisce nell’immenso universo, ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo” (Ovidio).



