Sindacato: se ci sei, batti un colpo!
Rasenta l’utopia, per ricorrere a un eufemismo. Ma al di là delle motivazioni per le quali il suo governo è giunto al canto del cigno, se ci fosse un Mario Draghi anche per il sindacato? Una figura di indiscussa autorevolezza, super partes quanto basta, in grado di scuoterne il torpore propositivo, di favorire il superamento della crisi d’identità e di rappresentatività in cui versa ormai da anni e di riaffermarne quello spirito di unità nella diversità o di diversità nell’unità?
Fatte salve poche, e non sempre costruttive, prese di posizione e dichiarazioni di prammatica, appare a molti a dir poco assordante il silenzio che in queste fasi decisive per la vita stessa del nostro paese caratterizza le principali organizzazioni confederali dei lavoratori.
Sarà pure questa deludente campagna elettorale a fagocitare le attenzioni, manifestazione tangibile di una politica che poi non se la passa tanto meglio (anzi…). Oppure potremmo opinare che questa pressoché totale inerzia sia figlia di un atteggiamento strategicamente attendista, finalizzato a comprendere le scelte del nuovo governo sui temi più caldi, prima di ritornare a far sentire la propria voce e di riaffermare il proprio dna di interlocutore dal quale non si può prescindere.
Certo è che il sindacato confederale vive una fase e un clima di più o meno evidenti e profonde spaccature, quando invece la fase contingente quasi impone una condivisione di intenti e non distinzioni a volte buone solo per rimarcare una legittimità di visione fine a se stessa.
Il rischio, che comincia ad avere le stimmate di una concretezza sempre più marcata, è quello di uscire definitivamente e completamente dai radar. A partire dagli stessi lavoratori, che difficilmente si sentono rappresentati da “questo” sindacato, ove il questo non ha un sapore dispregiativo, ma sottende al momento di involuzione e di crisi, persino, senza esagerare, di progressivo disconoscimento di un ruolo, in cui versa tuttora.
Un sindacato che fosse ancora orientato a configurarsi come difensore dei posti di lavoro, nell’accezione cui eravamo abituati fino a pochi anni fa, rischierebbe seriamente di non avere più seguito o, nella versione più ottimistica, di rappresentare pochi segmenti della popolazione attiva.
Se proviamo poi a scendere più nel dettaglio, fa riflettere il dato relativo alla composizione degli iscritti, con la metà costituita da pensionati, mentre all’estremo opposto risulta davvero irrisoria la percentuale dei giovani che sembrano credere nell’importanza o nella necessità di affidare al sindacato il compito di farsi latore e strenuo difensore delle proprie istanze.
Le nuove leve di lavoratori fanno infatti già intendere di non voler riconoscere intermediari per puntare a migliori condizioni in termini omnicomprensivi e di predisporsi a fare tutto da soli in base alle proprie aspirazioni e sulla scorta delle loro doti negoziali.
Ritornando all’utopia di apertura: sarà davvero come scalare l’Everest senza bombole di ossigeno e senza sherpa al seguito trovare a servizio del sindacato questa figura super partes, magari proveniente da un mondo distante anni luce dalle dinamiche, spesso contorte e incomprensibili, che lo caratterizzano? Perché individuarla al suo interno, restando sempre in Himalaya, sarebbe come il K2, con le stesse caratteristiche di scalata di cui sopra.
Lo scopo è uno solo: tentare di far rinvigorire quelle prerogative attraverso le quali le organizzazioni dei lavoratori sono riuscite nel passato a ritagliarsi un ruolo decisivo, se non addirittura fondamentale, nella storia del nostro paese.
Saranno pure mutati scenari e tempi, saranno anche differenti, per il diverso contesto sociale, il livello, la qualità e la rilevanza delle rivendicazioni. Ma nel nostro mondo attuale a portata di clic, con la globalizzazione che ha abbattuto i confini per cedere il passo agli orizzonti, bisogna pensarci a lungo prima che vengano alla mente i successori di chi, qualche decennio fa, si chiamava, ad esempio, Lama, Carniti e Benvenuto.
C’è crisi di autentica vocazione sindacale? Mancano le scuole sindacali di una volta? Conseguenza della frammentazione politica, che ha finito per privare di un punto di riferimento le organizzazioni sindacali? Colpa di una società, che si caratterizza sempre di più per la prevalenza dell’individualismo e quasi non tollera più chi, invece, al di là di tutti i limiti intrinseci, porta avanti istanze di carattere collettivo?
Un sindacato che annovera la maggioranza dei propri iscritti nella forza lavoro che fu – i pensionati – e non attira la forza lavoro che è – i lavoratori digitali – diventa un sindacato di servizi, ma non di rappresentanza. Sarebbe una cosa gravissima, in un sistema di pesi e contrappesi sul quale si reggono le relazioni industriali.
È questo il destino che lo attende?
