Meglio sporco che mai
Quante volte nella nostra vita abbiamo atteso l’arrivo di una persona – familiare o amico che fosse – e siamo rimasti delusi, persino traditi, perché quell’incontro non si è concretizzato. Che poi sia seguito il festival delle scuse improbabili per dare un alibi a quell’assenza, poco conta.
Ma Kevin – lo chiameremo così il bimbo più famoso dell’ultima settimana – in quel momento aveva soltanto un sogno da realizzare, lui che avrà una vita intera davanti a sé per accarezzarli e raggiungerli: condividere con il suo papà il frutto di una promessa.
E poco importa se a quella partita il suo genitore si sia presentato con le inequivocabili tracce della sua routine quotidiana, facendo suscitare le ipocrite considerazioni di chi invece sbarca il lunario stando comodamente seduto a casa sua lavorando ciabatte ai piedi e barba lunga in smart working o nel confortevole ambiente di un ufficio.
Al papà di Kevin non interessava presentarsi a suo figlio vestito di tutto punto, bandiera in una mano e hotdog nell’altra. Interessava soltanto presentarsi, il come era soltanto un insignificante dettaglio. Sì, un dettaglio, anche se si è mostrato al mondo intero – perché i social non fanno ormai lo sconto più a nessuno – completamente incipriato dalla testa ai piedi dalla polvere e dai detriti di una miniera.
Quello scricciolo biondo il suo vero eroe lo aveva accanto. E si ricorderà per sempre di quella partita, non per gli atleti che avrà visto in carne e ossa per la prima volta a pochi metri di distanza e non “filtrati” dalla tv, ma perché in quel giorno importante della sua vita il papà c’era. “Sporco” di fatica, ma c’era.
Kevin conserverà per sempre quel ricordo. Magari diventerà un manager d’azienda e di polvere respirerà soltanto quella accumulata in ufficio, ma nel suo dna manterrà intatto il sapore di quella emozione nella sua autentica essenza. E nel rivedere quelle foto da grande, comprenderà il valore del sacrificio. Quello del suo papà, che pur di non perdere un solo istante ha preferito, alla fine del suo ennesimo massacrante turno di lavoro nei precari cunicoli sottoterra, rinunciare all’apparire (pulito e perfetto) per essere. Per esserci.
Tra l’effimera materialità e una presenza, meglio propendere sempre per quest’ultima. Perché ai nostri figli quello che manca al giorno d’oggi è anche e soprattutto un esempio, l’esempio, un modello, il modello.
Ciò però non significa trasformarli nell’auspicata postuma realizzazione per interposta persona di ciò che i genitori, il papà in particolare, non sono riusciti ad ottenere e gravarli di responsabilità. Ogni cosa a suo tempo e con il suo tempo. Con il padre che dovrà rendere il figlio autonomo e stargli comunque vicino facendo però sempre un passo indietro. Per il suo bene.
Magari un domani, quando Kevin lascerà cullare suo figlio sulle traballanti ginocchia del padre, tutti insieme ripercorreranno quei momenti e si faranno una grossa risata. E sarà un sorriso di chi sa di aver lasciato un’eredità di valori (il padre), di chi sa che un simile patrimonio non dovrà essere sprecato (Kevin), di chi saprà (il figlio di Kevin) che suo nonno e suo padre erano legati da un filo doppio: quello di un amore senza fronzoli.
Per un giorno siamo tutti minatori.
“Non importa chi fosse mio padre; importa ciò che mi ricordo che fosse” (Anne Sexton).






