Manuel, suo padre e quel perdono “speciale”
Un minuto. Un solo minuto. Poi non ci sarebbe stata alcuna ulteriore possibilità.
In quella chiesa dove l’unica luce penetrava dalle vetrate policrome delle navate laterali, Manuel non era ancora entrato. La sua mente lo aveva costretto a fermarsi proprio lì, sul primo gradone della scalinata esterna. Pensava di farsi coraggio semplicemente guardandosi attorno.
Le persone gli passavano accanto quasi stupite di incontrarlo. E non erano sguardi intrisi di compassione, quanto piuttosto di malcelata rabbia. Appena dieci passi lo separavano da quel turbolento passato, sul quale aveva deciso di porre una pietra.
Suo padre era pronto ad attenderlo, anche se non avrebbe più potuto riabbracciarlo. La morte lo aveva sottratto alla vita terrena e la sua dimora in quell’istante era un anonimo involucro di legno color mogano scuro. Al centro di tutti e di tutto.
Non passava un solo giorno senza che sperasse di poter risentire il suono di quel campanello, di aprire la porta e di rivedere suo figlio. Quella porta che più di quindici anni fa era stata chiusa da Manuel in modo irreversibile, epilogo dell’ennesima lite.
C’era un’atmosfera strana in quella chiesa. Quell’organo consumato dal tempo continuava ad emettere note stonate, accompagnato dal sinistro rumore procurato da chi sedeva su quelle panche. Perché tutti, almeno una volta, si erano voltati verso l’ingresso auspicando di vederlo entrare. Un movimento repentino del capo, la constatazione di una delusione e di nuovo concentrati a seguire la cerimonia funebre.
Una sinfonia di rumori, piuttosto che di suoni contrastanti, come preludio di qualcosa che prima o poi sarebbe certamente accaduto.
Fuori intanto Manuel continuava a combattere con il suo mondo. Quel mondo nel quale si era immerso e dal quale avrebbe voluto mai come ora riemergere. Le parole di suo padre gli risuonavano possenti, come colpi di martello diritti nelle tempie. Parole che solo ora, al momento del dunque, era riuscito a comprendere fino in fondo.
“Se solo potessi”, ripeteva a se stesso con un ritmo incalzante.
“Se solo volessi”… Come chi si è finalmente liberato da vincoli e impedimenti che si è costruito da solo ed è pronto a riassaporare una nuova libertà, Manuel si volta indietro e comincia a correre. E non importa se appena al secondo gradone la foga di entrare lo tradisce e cade.
Si rialza senza indugio e corre. Corre quasi sospinto dal brusio della folla, accorsa per l’estremo saluto al suo papà. E quel brusio si trasforma ben presto in un anelito di generale stupore.
Il figlio e il padre. Il figlio in piedi, davanti al padre che fu. Cala il silenzio.
Nessuno osa avvicinarsi a Manuel. Persino il sacerdote, che di lì a pochi secondi avrebbe concluso il rito, resta immobile dietro all’altare.
I minuti passano, anche se il tempo sembra essersi fermato. Il nastro si riavvolge. Gli occhi del figlio guardano fissi la foto del padre, che quasi sembra accennare addirittura un timido sorriso.
“Finalmente ce l’ho fatta a rivederlo”, avrà pensato da Lassù, nella dimensione altra.
“Ti voglio bene papà. Perdonami”. Parole senza tradire la minima emozione, pronunciate da chi ormai ha finito ogni lacrima.
Perché Manuel ha pianto. Sì, ha pianto negli anni con quelle lacrime ancora più dense di chi si è sempre tenuto dentro ogni amarezza, ogni disagio, ogni sofferenza.
Esce da solo dalla chiesa. Nessuno lo segue.
Quando la fine di un’altra persona significa un nuovo inizio.
La fine del padre. L’inizio di un nuovo Manuel.
E del suo nuovo cuore.
“Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare dove sei e cambiare il finale” (C. S. Lewis).






