Sicurezza sul lavoro: diventiamone tutti ambasciatori!

Impianto normativo più articolato e mirato nell’individuazione delle responsabilità, rafforzamento della vigilanza ispettiva, anche preventiva, inasprimento dell’apparato sanzionatorio, sospensioni e chiusure delle attività, campagne mediatiche ad hoc, diffusione sempre più massiccia delle “best practices” e delle premialità ad esse correlate.

Che da qualche anno a questa parte siano state adottate iniziative concrete per tentare di recuperare un passato fatto di inerzie complici ad ogni livello è fuori dubbio. A lasciare però perplessi e sotto certi aspetti sconcertati è che nonostante tutto ciò la triste piaga delle morti e degli incidenti sul lavoro non accenna ad arrestarsi.

Nulla sarebbe stato più ambizioso e velleitario nel pensare che una finalmente rinnovata e più incisiva consapevolezza su questo fenomeno avrebbe determinato una rapida inversione di tendenza nei numeri dei sinistri.

Ad onor del vero, confrontando i dati relativi al mese di gennaio del 2022 e del 2023, emerge un generale, seppur minimo, decremento di essi. Ma se si provasse ad estendere lo spettro di indagine, soprattutto ponendo al centro dell’attenzione modalità e criteri con i quali queste informazioni vengono elaborate e consolidate, il rischio di perdersi un’importante fetta è molto alto.

Forse creare un fastidioso distinguo rappresenterebbe l’errore peggiore da dover evitare. Perché un’esistenza che viene meno ha il medesimo valore e altrettanta dignità a prescindere se il tessuto ove questa perdita si sia manifestata sia un’impresa con procedure di sicurezza ben radicate all’interno delle proprie unità organizzative o un’altra dove invece risulta un’impresa la sopravvivenza stessa delle persone, non coperte da alcuna forma di assicurazione.

È su questo secondo fronte che bisogna essere inflessibili e risalire alle cause. In quelle realtà, cioè, ove il lavorare a determinate condizioni, illegali e di conseguenza pericolose per sé e per gli altri, costituisce una situazione di fatto all’insegna del prendere o lasciare per lo sfortunato operatore.

Giovane o anziano, italiano o non italiano, con contratto di lavoro stabile o precario. Non c’è purtroppo alcuna categoria che possa ritenersi immune da questa sinistra contabilità, così come risulta privo di senso alcuno circoscriverla ad una precisa area del paese, essendo trasversale dal punto di vista territoriale, con un confine unico.

Che qualche settore, per le attività che lo caratterizzano, come, ad esempio, l’edilizia, i trasporti, l’agricoltura, sia più esposto di altri è quasi in re ipsa. Ma ciò non deve costituire un alibi per  giustificare determinati comportamenti omissivi.

Proprio in quest’ottica sarebbe ingeneroso porre tutti sullo stesso piano e non riconoscere, al contrario, la presenza lungimirante di tante aziende nel complesso produttivo nazionale che destinano alla sicurezza ingenti finanziamenti e rendono disponibile a beneficio dei propri dipendenti specifici programmi di formazione, spesso resi addirittura obbligatori al pari di quelli di legge, costituendo parte fondamentale del loro percorso di crescita professionale.

Investire nelle coscienze resta sempre la migliore soluzione. Anche perché sono queste coscienze sensibilizzate che anche al di fuori dell’ambiente di lavoro in cui agiscono possono rappresentare il primo argine contro la diffusione di condotte difformi e non in linea con la salvaguardia della salute e della sicurezza di ognuno di noi.

Ambasciatori della sicurezza. Dappertutto.