E se il salario minimo non fosse la vera priorità?

Il rischio è che la politica non assolva al suo ruolo di indirizzo, ma diventi solo il contesto all’interno del quale un tema così delicato, a prescindere o meno dal suo destino futuro, si trasformi nell’ennesimo palcoscenico caratterizzato da veti incrociati e posizioni di rendita da mantenere e consolidare.

Minimo come il salario di cui si sta discutendo, il livello del dibattito ad esso riservato sta assumendo contorni che, se poi dovessero trasformarsi in soluzioni concrete attraverso un provvedimento legislativo, potrebbero condurre alla classica situazione in cui il rimedio si manifesti peggiore del male.

E se invece fosse semplicemente sbagliato l’ordine delle priorità? Un paese come il nostro, che nella dialettica tra le parti sociali ha sempre trovato anche nelle stagioni più critiche e per vertenze apparentemente insormontabili un ambito di proficuo equilibrio e di regolamentazione concordata, non può perdere all’improvviso questa sua prerogativa o veder mitigare tali suoi effetti.

Che si (ri)parta, allora, questa volta seriamente, blindando la contrattazione collettiva da derive che in alcuni casi consentono a sindacati di comodo di sottoscrivere accordi all’insegna del dumping e di avere praticamente lo stesso peso delle più longeve  organizzazioni dei lavoratori, capillarmente diffuse sul territorio e portatrici di una storia che, pur tra mille contraddizioni, non può essere trascurata.

AAA legge sulla rappresentanza sindacale promulgasi. Poi discutere di salario minimo, a prescindere o meno dai 9 euro – perché proprio tale valore, a come ci si arrivi e quale sia il suo autentico peso economico è materia al momento oltremodo soggetta ad interpretazioni –  si trasformerà probabilmente in esercizio di retorica.

Esistono, in verità, anche contratti collettivi nazionali in alcuni specifici settori per i quali 9 euro rappresentano ancora un traguardo da raggiungere. È dello scorso mese di aprile una sentenza con la quale il giudice di lavoro di Milano ha condannato una società a pagare un risarcimento di 372 euro lordi in più per ogni mese a beneficio di una signora, impiegata nel servizio di portierato in un magazzino della grande distribuzione, la cui paga oraria effettiva – 3,96 euro – era addirittura al di sotto della soglia di povertà, stimata dall’Istat a 840 euro mensili.

Ma arrivarci per legge e non per passi successivi tra gli interlocutori di quei “tavoli” significherebbe calare dall’alto decisioni svincolate da qualsiasi logica imprenditoriale e da un percorso condiviso. E poche eccezioni non possono costituire una motivazione plausibile per i fautori del salario minimo.

Che dire, invece, della cosiddetta produttività, il vero tallone di Achille del sistema imprenditoriale italiano?

Senza scendere nel significato di numeri e percentuali, il solo paragone di questo indice con gli altri stati europei mette i brividi. Ma di lavoro – forse soprattutto legato all’inevitabile consapevolezza di acquisire e far propria l’importanza di un tema che è strettamente connesso e riconducibile anche alla sfera della competitività – resta ancora molto da fare.

Già sarebbe importante avere tutti la stessa idea e lo stesso approccio in merito a cosa far ricomprendere nel concetto di produttività. Le scuole di pensiero continuano infatti ad essere diverse e variegate.

La sede ove maggiormente esercitarla e ricavarne i risultati migliori è facile individuarla: la contrattazione aziendale, ove più diretto è il legame tra la conduzione di attività e i risultati da raggiungere e che spesso si sostituisce anche alla limitata capacità dello stato di intervenire con azioni efficaci ed orientate, ad esempio, a calmierare gli effetti dell’inflazione.

Salario minimo, contrattazione collettiva, produttività. Chissà se invertendo l’ordine dei fattori il prodotto cambierebbe…