Tempo scaduto per i premi di anzianità?

Mensilità aggiuntive, attribuzioni in natura, pergamene celebrative, medaglie ricordo, orologi di diversa fattura in relazione all’entità del traguardo raggiunto. Il tutto impreziosito dalla presenza dei più alti vertici aziendali, a sancire la solennità dell’evento in cerimonie allo scopo organizzate.

Sono soltanto alcuni esempi di riconoscimenti che, se non ormai desueti, per non dire quasi del tutto scomparsi, diventano sempre più rari se correlati alla lunga ed ininterrotta permanenza presso la stessa impresa da parte del dipendente.

Nella situazione attuale, con il mercato del lavoro che tende sempre più a privilegiare il contenuto rispetto alla durata, quanto ha ancora un fondamento concreto mantenere o istituire un “premio di anzianità” legato al mero trascorrere degli anni all’interno delle medesime quattro mura aziendali?

In virtù delle dinamiche operative sempre più coniugate all’insegna della flessibilità gestionale e tralasciando il fenomeno delle grandi dimissioni e le cause reali che lo hanno originato, risulta sempre più difficile individuare una motivazione congrua che al giorno d’oggi attesti la ragion d’essere di detto premio.

Storie di altri tempi, addirittura di altri mondi, si potrebbe opinare. Quelle di chi, ed erano tutt’altro che infrequenti, faceva il suo ingresso in fabbrica ancora giovanissimo e ne usciva decine e decine di anni dopo solo perché aveva maturato i requisiti per l’accesso al pensionamento. Vere e proprie icone, che sbandieravano ai quattro venti quel sano orgoglio per aver indossato una sola casacca durante la fase lavorativa della loro vita.

Cotanta duratura militanza difficilmente trova un riscontro nell’attualità.

Non si tratta del venir meno di un senso di appartenenza all’epoca più spiccato, ma di un contesto sociale mutato e di prospettive individuali profondamente evolutesi, figlie di opportunità prima a beneficio di pochi e di una organizzazione aziendale completamente diversa.

Il lavoro commisurato ad obiettivi e l’accesso alla formazione mirata, in base alla quale risulta ora senza dubbio più facile e frequente rinnovare la propria “cassetta degli attrezzi” e per questo rimettersi costantemente in gioco, fanno sì che i rapporti con le imprese siano vissuti in maniera più dinamica.

Per le giovani generazioni, ma anche per i lavoratori più maturi che non intendano abdicare all’anagrafe e alle miopi valutazioni basate esclusivamente sull’età e non sul bagaglio di competenze e di esperienza ancora in grado di fornire, parlare quindi di “premio di anzianità” nella sua originaria accezione rappresenta una contraddizione in termini.

Rimpianto per il mondo che fu? Piuttosto realistica presa d’atto che alcune pratiche vanno definitivamente archiviate perché figlie del loro tempo, ormai passato.

Trova invece sempre più terreno fertile il ricorso al piano di sviluppo quale strumento in grado di consolidare a breve-medio termine il rapporto di lavoro correlandolo a progressivi incrementi economici e a prospettive di crescita professionale.

Ciò, tuttavia, non costituisce una garanzia in assoluto, ma può essere considerata la cartina di tornasole per comprendere se davvero l’azienda punta su quel lavoratore perché ritenuto un talento da preservare dalle sirene della concorrenza, oppure perché in possesso di spiccate competenze tecniche difficilmente replicabili.

Perché ciò che davvero spinge un lavoratore a restare non è la coccarda simbolica, ma un ambiente nel quale si renda tangibile l’apprezzamento per le responsabilità, l’impegno e l’apporto profusi.