Con quella mummia moriamo un po’ anche noi

Cosa avrei potuto fare? Cosa potrei fare per evitare che si ripetano situazioni del genere?

Quando non si è totalmente indifferenti o ci si turba giusto il tempo di ascoltare la notizia al telegiornale o di leggerla dalle colonne di un quotidiano – oggi forse, ahimè, dovremmo dire prevalentemente smanettando uno smartphone – sono questi gli interrogativi che devono scattare dal di dentro per dare un senso solidale alla nostra esistenza.

E tutto ciò, senza andare troppo lontano, perché spesso gli avvenimenti si registrano nel tuo stesso quartiere, a volte nel tuo stesso condominio, addirittura sul tuo stesso pianerottolo, e agiamo all’insegna del dantesco “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Ha destato sconcerto la vicenda del pensionato di 71 anni di Ancona, trovato morto nel suo appartamento, probabilmente stroncato da un malore nel sonno e il cui corpo è stato naturalmente rinvenuto in avanzatissimo stato di decomposizione.

Il calendario appeso al muro era aggiornato all’estate del 2018. Elementi che farebbero pensare a un decesso risalente ad oltre cinque anni fa. A dare l’allarme il fratello della vittima, che da anni non aveva contatti con il congiunto e lo aveva cercato senza successo, prima telefonicamente e poi citofonando a casa.

A differenza del paese, ove la piazza rappresenta ancora quel punto di contatto che in un certo senso misura il polso al livello di socialità, la situazione è esponenzialmente diversa nei grandi centri urbani, spesso preda di un fagocitante anonimato, all’interno del quale si possono annidare situazioni di degrado e di disagio inaspettate.

È tipico delle città sentir parlare dei cosiddetti “condomini dormitorio”, ovvero di quelle realtà abitative che si occupano quasi esclusivamente – si vivono sarebbe una parola grossa – solo nottetempo in ragione delle grandi distanze da percorrere sia per lavoro che per altre attività, che limitano la possibilità di instaurare una relazione concreta, con il semplice saluto incontrandosi per le scale o in ascensore che spesso viene considerato una conquista.

Ognuno attribuisce alla propria vita il destino e il significato che meglio ritiene e ci sono persone che erigono un muro invalicabile, impenetrabile.

Ma quando captiamo segnali che possono essere decodificati semplicemente abbandonando per un attimo diffidenze e indifferenze nei confronti del prossimo, allora lo scenario cambia.

Qualche anno fa a Roma è stata ritrovata mummificata, dopo anni dalla morte, nella sua abitazione in un condominio di periferia, un’ex insegnante, i cui dirimpettai avevano pensato bene soltanto di tentare di arginare con lo scotch l’odore nauseabondo che proveniva dalla fessura sotto la porta di ingresso. Per il mondo della burocrazia la povera docente era viva a tutti gli effetti: onorava regolarmente i pagamenti delle utenze perché domiciliati.

Non esiste una soluzione definita e definitiva per le situazioni di disagio, così come è miope pensare che i servizi sociali possano assolvere sempre positivamente alla loro missione.

Il primo servizio sociale che deve scattare è quello di prossimità. Trincerarsi dietro al rispetto della privacy forse è un alibi che diamo a noi stessi per attestare la nostra mancanza di volontà. Essere più intraprendenti, magari mettendo in preventivo delusioni o levate di scudi può essere foriero di risposte sprezzanti, ma a volte può salvare vite umane o ripristinare un minimo di socialità salvavita.

Alla fine l’uomo, come ci insegnano gli antichi, resta pur sempre un animale sociale.

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie, ma per quelli che osservano senza fare nulla”. (Albert Einstein)