Un salvadanaio. E tanta umanità
Sono le nostre opere a dire chi siamo. A dare significato concreto alle relazioni. A far scoprire l’autentica essenza della vita.
E se tutto ciò scaturisse in conseguenza di una morte, causa di disperazione per chi la subisce, specie tra gli affetti più cari, ma, allo stesso tempo – come è il caso della storia che fa da volano a questa riflessione – sussulto per cuori che scandiscono il loro ritmo focalizzandosi anche sulle necessità del prossimo?
Quella mattina John, un ragazzo nigeriano che a Ciampino sbarca il lunario spazzando di iniziativa le strade e sostentandosi, senza però mai chiedere nulla, con le offerte dei passanti, è stato visto piangere fuori del bar presso cui si reca quotidianamente per il pranzo. Aveva purtroppo ricevuto la ferale notizia della scomparsa di sua madre e, oltre al dolore reso ancora più amplificato dalla distanza, il suo rammarico più grande era quello di non poter rientrare in patria e darle l’ultimo saluto per mancanza di disponibilità economica.
Così il proprietario del locale ha posto un semplice salvadanaio di terracotta sul bancone, rimasto integro fino al giorno in cui John, invitato ad entrare con una scusa, lo ha ricevuto quasi incredulo nelle proprie mani. Un paio di colpi e tra i pochi cocci ecco stagliarsi un quantitativo di banconote e monete sufficiente per l’acquisto di un volo di andata e ritorno per la Nigeria. E almeno questa volta le sue lacrime sono state un misto di commozione e di gioia per quel sogno, seppur alimentato da una circostanza triste, che si è tramutato in realtà.
Inevitabile, ora, farsi tradire dalla scontata retorica di affermazioni conseguenti. Quali? È un episodio che allarga il cuore, fa sperare in un Italia migliore e va raccontato a chi ha smarrito il senso della solidarietà e dell’umanità. Oppure che tale situazione non può costituire la normalità, ma la società con le sue regole e la sua organizzazione ha il dovere di occuparsi degli ultimi. Oppure ancora, facendo una rapida e breve incursione in politica, se tutti i percettori del reddito di cittadinanza venissero impiegati per la tutela del decoro pubblico, le nostre città diventerebbero uno specchio, anche se John sarebbe costretto a trovarsi un’altra occupazione.
Tutto probabilmente vero. Ma l’aspetto più importante da sottolineare è quanto sia indispensabile in questo momento storico essere una comunità. Attenzione: non appartenere a una comunità, ma essere una comunità. È questo sentirsi tutti dalla stessa parte l’unico antidoto all’indifferenza e all’individualismo, che induce molti a voltare le spalle a chi si trova in difficoltà.
Quella del bar di Ciampino – ove a John è stata restituita anche una meritata dignità di uomo attraverso la tangibile riconoscenza di quanto bene si sia reso artefice con il suo umile impegno – nel senso buono del termine è una comunità di matrice eterogenea, costituita sicuramente da uno zoccolo duro di clientela fissa del posto, ma anche da tanti avventori di passaggio.
Quale superiore valore intrinseco potrebbe invece avere una comunità che, condividendo innanzitutto, ma non solo, una stanzialità, sarebbe in grado attraverso le sue azioni di prevenire o mitigare il disagio di chi è meno fortunato? In questo caso comunità diventa sinonimo di corresponsabilità.
Allora guardiamoci tutti dentro per un momento: siamo convinti che rispettare una serie di regole e vincoli che possano anche condurre ad una rimodulazione (che non è per forza una limitazione o un peggioramento) delle libertà individuali sia necessario, se non addirittura indispensabile, per il superiore interesse comune? È così difficile comprendere che i miei problemi sono problemi anche degli altri e che i problemi degli altri sono anche i miei problemi? Può essere vincente e risolutivo l’assunto che solo affrontando insieme le difficoltà si può raggiungere una migliore condizione di vita per tutti?
“Comunità è oggi un sinonimo di Paradiso perduto, ma un paradiso nel quale speriamo ardentemente di poter tornare e di cui cerchiamo dunque febbrilmente la strada” (Zygmunt Bauman).



