Bravo quel manager che sa ascoltare
Sembrano continuare a mantenere interesse e attualità il dibattito e le analisi intorno al fenomeno ormai globale della cosiddetta “Grande Dimissione”, ovvero di questo continuo flusso di uscite dalle aziende che si manifesta non solo in funzione di nuove opportunità professionali, ma anche in ragione di una diversa attribuzione nella scala di priorità rispetto al passato tra ufficio e vita personale e familiare.
E poi? Quali altre motivazioni meno evidenti, ma altrettanto importanti dovrebbero essere poste sul piatto della bilancia? Lasciare un posto di lavoro non è mai (stata) una scelta facile, che si fa a cuor leggero o quale diretta conseguenza di una reazione istintiva. Spesso, infatti, subentrano altri fattori a determinare una decisione che può ipotecare il futuro, nel bene e nel male, proprio e della propria famiglia.
Non è raro, per esempio, ascoltare storie di lavoratori che – come si suol dire – lasciano non l’azienda, nella quale invece continuerebbero volentieri a operare, ma il loro diretto responsabile. Storie di rapporti sempre più tesi, di quel feeling forse mai sbocciato dall’inizio e che alla fine si è definitivamente incrinato.
Già, l’ascolto. È forse questo, più di tutte le altre attitudini e capacità, l’elemento distintivo di cui dovrà corredarsi una nuova classe dirigente all’altezza. In un contesto produttivo ciò si rapporta subito al tema della leadership che, tra gli altri aspetti, deve contemplare una caratteristica fondamentale: quella del servant leader e dell’ascoltatore. O, meglio ancora, del servant leader che sappia ascoltare.
Riscrivere quello che da più parti viene tradotto come un nuovo “Umanesimo” significa, in sostanza, che pur vivendo nelle nostre aziende un’epoca in cui mai come prima d’ora la tecnologia, l’innovazione, l’automazione hanno preso il sopravvento, deve restare sempre centrale la persona.
Il servant leader, in primis un esempio di umiltà, riunisce in sé la lungimiranza di chi sa scrollarsi di dosso gli alamari del capo per comprendere che anche dai suoi collaboratori meno brillanti in termini di risultati può acquisire esperienze utili al superiore interesse dell’azienda.
Certamente gli obiettivi da raggiungere sono sempre lì, spesso con tempi stretti da rispettare, ma ha un valore inestimabile il non lasciare indietro alcuna risorsa e farla comunque sentire parte integrante di un progetto, di un processo, di un comune intendimento.
Spesso il know how che manca è quello di uno stile, di un modello di comportamento, di soft skill – oggi invocate a destra e a manca come la panacea di tutte le lacune –, non tanto di competenze o di tecnicismi che si possono sempre acquisire.
Ascoltare, saper ascoltare, è quasi diventata un’arte. O meglio, una predisposizione d’animo attraverso la quale non ci si può più ridurre a un mero parlare. L’ascolto è fatto di interesse, attenzione e “solo” (vi pare poco?) di due orecchie e di un cuore disposto anche ad ospitare sentimenti.
Forse è proprio questo ciò che tutti dobbiamo imparare a riscoprire: raccontarsi a qualcun altro provoca una sensazione liberatoria, che quasi ti consente anche di mettere ordine al tuo disordine interiore. Nella routine quotidiana come nelle fasi della giornata impegnate dall’attività lavorativa.
E chi ti sa ascoltare – magari anche durante quel colloquio propedeutico ad una decisione difficile da assumere, ma che comunque devi assumere – comprende che chi ti siede di fronte sta parlando della propria vita, anche se quella persona potresti persino non rivederla mai più dopo essere transitata per l’ultima volta dai tornelli.
Senza ricorrere a metafore o a considerazioni di natura diversa: letto in maniera più trasversale, il fenomeno della “Grande Dimissione” richiama tutti, manager e leader in primis, a tener sempre la barra dritta per evitare che anche minimamente possano essere messi in discussione il rispetto e la dignità del lavoratore.



