Nuovi manager dal “naso fino”…
Pur restando sempre in tema di lavoro, ci concediamo per questa volta una licenza di stampo editoriale, che apparentemente sembra collocarsi lontano da fabbriche e aziende – il nostro mondo per vocazione – ma che invece vi rientra a pieno titolo, soprattutto perché si parla di managerialità e di nuovi stili di leadership.
Di testi in materia ne circolano tanti, con la pandemia che ha rappresentato il fattore scatenante e generatore di fiumi e fiumi di inchiostro per le tante novità da essa indotte. Ma come spesso accade, sono ancora i classici ad avere sempre una presa costante per i messaggi che sembrano non dover mai fare i conti con la vetustà del tempo.
Ci sono libri che riesci a leggere tutto di un fiato e che ti lasciano il segno, molto più di tanti testi dal nome altisonante, ma dal contenuto poco incisivo e vissuto all’insegna della toccata e fuga.
Altri ancora che, pur se brevi e letti in epoche e contesti diversi, sembrano quasi miracolosamente vestirsi di attualità e trasmettere contemporaneamente un sapore di novità.
Dopo averlo fatto in epoca pre-Covid e in piena fase di lockdown, mi è capitato di rileggere recentemente, con rinnovato interesse e con occhi diversi, il libro di Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”
Non v’è dubbio che i protagonisti di questo ben noto testo possano costituire l’archetipo dei diversi stili di management, con modalità di gestione delle situazioni vissute al meglio anche attraverso iniziative estemporanee e tutt’altro che preventivabili.
C’è infatti chi, come Nasofino, capisce che l’aria sta per mutare e si predispone di conseguenza; chi, come Trottolino, non esita ad adeguarsi lungo la direzione individuata dall’amico Nasofino; chi, invece, come Tentenna, si ostina ad aggrapparsi allo status quo, spesso corredato di preconcetti e di cattive abitudini, attendendo ottimisticamente un cambiamento che magari potrebbe mai arrivare; chi, infine, come Ridolino, rischia inizialmente di farsi trascinare dall’immobilismo di Tentenna per poi capire che è giunta l’ora di uscire dal guado e ripartire con slancio a caccia del “nuovo formaggio”.
Calata la metafora letteraria alla situazione presente, lo stile di Nasofino ci invita a ritenere molto più concreta l’idea di una preventiva e immediata condivisione della criticità al manifestarsi delle prime avvisaglie, nell’ottica di analizzarle in una modalità collegiale e, proprio perché tale, coinvolgere tutti allo stesso modo.
Un rapporto sinallagmatico di fiducia reciproca tra i diversi attori nelle azioni da intraprendere, in funzione del quale non c’è un solo destinatario cui attribuire la paternità e/o la responsabilità di una decisione, ma, in un consesso, tanti primus inter pares. Ognuno con la propria specifica competenza, ma tutti orientati con eguale dignità verso un obiettivo comune.
La si chiami pure nuova leadership digitale, rarefatta, dematerializzata o addirittura “depiramidizzata”, se una attribuzione, tra le tante che ne abbiamo sentite ultimamente, possa renderne l’autentica ed effettiva portata.
Di imprescindibile rimane sempre e comunque un binomio dal sapore “antico”: conoscenza e competenza, che spesso si coniuga con coerenza nelle scelte e autorevolezza guadagnata sul campo.
Manager che non si armino di sano coraggio imprenditoriale, o che non riescano a essere coinvolgenti anche attraverso una visione sfidante del domani, difficilmente potranno nutrire a lungo la fiducia dei propri collaboratori.
Così come non avranno un duraturo futuro di successo coloro che, posti nella stanza dei bottoni per ragioni tutt’altro che meritocratiche, si facessero travolgere dagli eventi piuttosto che assecondarli con atteggiamenti lungimiranti.



