Tra genitori ambiziosi e figli “sdraiati”

L’errore più grande sarebbe quello di incasellare ogni fenomeno lungo i binari di una analisi che conduca alla soluzione giusta. Ma quando si parla di giovani, delle loro sofferenze, delle loro aspirazioni, spesso ci si eleva con una visione pregiudizialmente antagonista a censori spietati, soprattutto da parte di chi adolescente lo è già stato e fa presto a porre sul piatto della bilancia il proprio tempo che fu con il tempo che è e che sarà degli altri.

Pur con tutti i distinguo che scaturiscono dalla peculiare situazione storica e sociale, sta partendo dalla Cina un nuovo movimento, che merita dovuta attenzione per le potenziali ripercussioni diffusive: si chiama “Tangping”, che letteralmente significa “stare sdraiati”.

Giovani, per lo più provenienti dall’entroterra, che dopo essersi trasferiti nei grandi centri urbani o all’estero per conseguire lauree nei più prestigiosi atenei e master nelle più rinomate scuole di formazione, si sono poi ripiegati su se stessi.

E ciò, rinunciando a una situazione potenzialmente più stabile per il loro avvenire, ma chiamandosi fuori da qualsiasi prospettiva comunitaria per assecondare il proprio io e perseguire uno stile di vita più rilassato. Fatto di lavori meno duraturi e stabili, meno retribuiti e nella maggior parte dei casi lontani anni luce da quanto avevano precedentemente costruito attraverso gli studi.

Fin qui nulla di così sconvolgente, se non uno degli effetti scaturiti dalla pandemia, che ha condotto tutti, nessuno escluso, a rivisitare la propria vita nell’ottica di rimodularne le giuste priorità.

Con una differenza, fondamentale, però: nella maggior parte dei casi si tratta di un manifesto atteggiamento di insofferenza dei giovani nei confronti dei datori di lavoro, dello stato, ma, soprattutto, dei propri genitori.

Leggendo le storie di questi ragazzi, quasi sempre figli unici, la maggior parte di essi viveva sotto l’ossessivo cono d’ombra di una mamma e di un papà, che attraverso il figlio puntavano a realizzare in primis se stessi, ovvero ciò che non sono riusciti ad ottenere dai loro rispettivi genitori.

Una sorta di riscatto sociale a posteriori per interposta persona, con il risultato, però, che le eccessive aspettative si sono ben presto tramutate in un atto di ribellione e in un azzeramento pressoché totale di un percorso precostituito.

A prescindere dalle latitudini e trasversale a ogni epoca, quello di genitore resta di sicuro il mestiere (o la vocazione) più difficile, nonostante vi sia un florilegio infinito di testi, scritti da autori che costruiscono remunerate carriere sul come lo si diventa e sul come si agisce in ogni circostanza, pronti a fornire sempre la ricetta giusta. E magari mamma e papà non lo sono neanche mai stati, senza quindi essere in grado di testare sul campo ciò che dall’alto, si fa per dire, della loro spesso vuota saccenza riversano in fiumi di inchiostro.

Lungi da chi scrive pensare di impartire lezioni, avendo ancora trascorso più anni da figlio che da genitore, il segreto sta forse nel cercare di commettere meno errori possibili, anche confrontandosi con persone alle prese con le stesse vicissitudini, ma senza fare comunque un copia e incolla delle altrui esperienze. Perché ogni genitore, ogni figlio hanno le proprie peculiarità, che rendono questo rapporto unico, meraviglioso, impareggiabile e non replicabile.

Quanti giovani brillanti negli studi, più per assecondare l’ansia di prestazione dei loro genitori piuttosto che la propria indole di approfondimento e di cultura, al confronto con il mondo reale sono crollati. E quanti, invece, pur non conseguendo voti brillanti tra i banchi di scuola o nelle aule universitarie, sono poi riusciti a farsi largo da soli.

Aspirazione del bravo genitore di sicuro è non caricare il figlio di aspettative troppo elevate, ma di assecondarne i talenti e renderlo autonomo quanto prima, dandogli gli strumenti giusti per essere posto nelle condizioni migliori di decidere da solo quale strada intraprendere.

“Ci sono due cose durature che possiamo lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali” (William Hodding Carter II).