Vivere (nel)la comunità: il vero antidoto ai mali quotidiani

…e finalmente il 15 agosto tutti insieme!

Dopo Natale e Pasqua in zona rossa, oggi si riuniscono le famiglie, i ristoranti segnano il tutto esaurito e sembra (quasi) un anno normale.

Questo è certamente il modo migliore di “santificare la festa”, un’espressione religiosa che ha anche una profonda valenza laica: il comandamento divino parla di rispettare il giorno di riposo, un giorno in cui si cessa da ogni attività, “si stacca la spina” dalla frenesia, dai traffici e dalla routine quotidiana e ci si ferma per alzare la testa, respirare a pieni polmoni e contemplare la propria vita, con le sue bellezze, i traguardi e le opportunità e guardare a chi ci è accanto, godere della presenza dell’altro, che, invece, spesso, nella ferialità è un limite e un fastidio.

Questo a ben vedere il senso più autentico della festa di oggi. Nella liturgia odierna si legge il brano dell’Apocalisse, che descrive la “donna vestita di sole”, per noi chiara immagine di Maria Assunta in Cielo, che oggi si festeggia in tutta la Chiesa, ma per i cristiani dei primi secoli, a cui si rivolge l’autore dell’Apocalisse, la donna gloriosa che sconfigge il drago è la comunità.

In sintesi: le ansie e le fatiche che ti divorano, il male che ti soffoca, il logorio che ti consuma hanno un unico antidoto: la comunità.

La condivisione, il supporto, il camminare insieme al gruppo umano di cui sei parte (famiglia, amici, squadra sportiva, collettività cittadina o di fede) sono ciò che ti salva, che ti dà forza, che ti aiuta a superare le difficoltà o dare maggior sapore alle gioie.

In effetti, se ci soffermiamo a leggere l’assurda storia di Maria, questa ragazzina che 2000 anni fa scopre a 16 anni di essere incinta senza essere sposata (fatto allora fonte di scandalo e di difficoltà molto di più che ai nostri tempi), scopriamo che il messaggio è proprio questo: impaurita, senza sapere cosa fare, cerca la condivisione con chi sta vivendo come lei un evento inspiegabile e prodigioso: sua cugina Elisabetta, sterile, che sta per avere un bimbo in tarda età.

Solo quando Elisabetta la saluta, la accoglie e la fa riflettere sulla meraviglia di quella vita che le è sbocciata nel grembo, lei si apre al canto del Magnificat, cioè riesce a vedere la bellezza che tocca la sua storia.

Morale del racconto: la condivisione, il dialogo con chi è sintonizzato sulla tua stessa lunghezza d’onda ti aiutano a vedere la vita con occhi diversi, più veri, a cogliere ciò che ti sfugge, ad assaporare il bello.

In quest’ottica allora vorrei augurare oggi a tutti buona festa: un’occasione di condivisione con la famiglia, gli amici, la comunità per essere se stessi e far pace con la propria vita.

Auspicherei, inoltre, che questa fosse anche un’opportunità di serie riflessioni per la comunità internazionale: proprio in questi giorni sentiamo di un Afghanistan lasciato a se stesso, di Haiti di nuovo atterrita da un terremoto.

Siamo tutti membri di uno stesso gruppo umano, legati dalla stessa sorte, fatti della stessa pasta: per essere felici dovremmo sempre saperci mettere nei panni degli altri, sostenerci a vicenda e “fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi”.

Una vita sociale sana si trova soltanto quando nello specchio di ogni anima la comunità intera trova il suo riflesso, e quando nella comunità intera le virtù di ognuno vivono.” (Rudolf Steiner)