La sempre florida stagione dell’indignazione
Quasi come se fosse correlata a una precisa scadenza da rispettare, ecco che riemerge anche nel mondo del lavoro quello che potremmo definire come l’argomento ciclico da indignazione spinta.
Oltre a poeti, santi, navigatori, commissari tecnici e recentemente anche virologi, a dar lustro, si fa per dire, al nostro paese si sta facendo strada un’altra categoria, quella degli indignati.
Persone pronte nella maggior parte dei casi a puntare il dito contro a prescindere, senza magari entrare nel merito dell’argomento, fermandosi semplicemente al titolo di un articolo postato su un social e costruendo così la propria tesi, offensiva o difensiva che sia. E su quella basano la propria posizione.
La cosa singolare, però, è che all’indignazione raramente segue con altrettanta veemenza una soluzione effettiva, utile per tracciare una strada o quanto meno per indirizzare un orientamento propositivo.
Ciò che poi desta maggiore perplessità è che tutti si sentono in diritto di dire la propria, anche chi in un’azienda non ha messo piede neanche un giorno della propria vita professionale ed è lontano anni luce dal comprendere le dinamiche che ivi si manifestano.
In verità qualche commento non proprio edificante lo si legge e ascolta anche da navigati uomini e donne di impresa, che magari si mostrano sorpresi al cospetto di situazioni probabilmente già vissute anche nelle loro realtà produttive e il più delle volte lasciate scorrere nella più completa indifferenza. Con il risultato di ergersi a censori ferrei quando riguardano faccende altrui che nemmeno il proverbiale Catone. Il Censore, non l’Uticense.
Sia ben chiaro: ogni azione o decisione, se effettivamente ispirate a logiche tutt’altro che rispettose delle leggi e soprattutto della dignità dei lavoratori, non devono essere in alcun modo avallate, ma solo condannate senza se e senza ma.
Però, senza falsa retorica: quante sono le circostanze nelle quali all’indignazione più ferma seguono comportamenti concludenti di una chiara ed evidente inversione di rotta?
Bastano pochi amari esempi per determinare una risposta alla domanda precedente: rare o mai, piuttosto che sempre (una mera illusione) e spesso (un’invocata speranza).
La piaga sociale delle morti sul lavoro. In poco meno di cinque mesi del 2022 la sinistra contabilità, come da queste pagine questo triste fenomeno è stato etichettato, ha già registrato 493 vittime, secondo l’osservatorio nazionale indipendente di Bologna. E in questo caso non vi è Nord o Sud che tenga, perché si tratta di una vulnerabilità strutturale (e culturale, purtroppo) che caratterizza lo Stivale nella sua totalità.
Per quanto tempo ancora la burocrazia costituirà l’elemento discriminante nelle scelte delle imprese, soprattutto multinazionali, di continuare o meno a investire nel nostro paese? E fermiamoci alla burocrazia, perché se volessimo ampliare il discorso al costo del lavoro e al costo dell’energia, soprattutto dopo la crisi bellica, il rischio di chiusura per molte piccole e medie imprese è tutt’altro che scongiurato.
I lavoratori che non si trovano. Sono quelli dai profili professionali elevati, ancora non in grado di soddisfare la richiesta di attività legate all’innovazione tecnologica e alla digitalizzazione. Maggiore raccordo cercasi urgentemente tra mondo accademico e formativo in generale.
E poi ci sono i lavoratori stagionali, spesso pagati poco o se, pur pagati il giusto, preferiscono respingere la proposta al mittente e continuare a beneficiare del reddito di cittadinanza.
In assenza di fatti concreti forse il prossimo passo da compiere sarà indignarsi dell’indignazione.
