Se solo avessi…
Quante volte la cronaca fa venire alla ribalta situazioni che per il semplice lettore costituiscono fonte di ribrezzo, indignazione e tristezza? Figurarsi per chi le subisce, spesso ben oltre gli inimmaginabili limiti persino della più crudele disumanità.
Giornali e tv, per non parlare dei social, fanno da cassa di risonanza a storie che nella maggior parte dei casi hanno un minimo comun denominatore: l’indifferenza, che spesso si coniuga con una malcelata complicità.
Più grave, naturalmente, quando il tutto accade all’interno della famiglia, fosse il nucleo più stretto o quella estesa alle immediate adiacenze, per quel vincolo di sangue che dovrebbe preservare da qualsiasi forma di acredine o di malessere.
E invece spesso proprio lì si annidano le peggiori derive relazionali, che conducono frequentemente a conseguenze tragiche e violente, per le circostanze e le motivazioni più futili. Una per tutte in via prioritariamente ricorrente: quella economica. Tanto per cambiare.
Ma la sostanza del discorso non cambia se ci si riferisce al prossimo che non sia quello più vicino, come un parente o un affine. Tante tragedie, infatti, potrebbero essere risparmiate se soltanto non si guardasse agli altri sempre con occhi distaccati, con occhi di sufficienza, con occhi addirittura di timore.
Ciò che infatti colpisce più di tutto il resto sono le considerazioni all’insegna del senno di poi. Quando, cioè, scattano rimorsi e rimpianti per essere rimasti con il freno a mano tirato e non aver dato il la a quel pizzico di sana intraprendenza che avrebbe cambiato in bene il corso di storie individuali e familiari e risolto tanti problemi. Magari con una sola parola di conforto, con un segno tangibile di speranza, con una semplice, ma indispensabile presenza concreta.
Arroccati dietro l’individualismo tipico dei nostri tempi, il rischio è quello di vedere nell’altro un potenziale nemico, dal quale tenersi alla larga a prescindere, per non avere potenziali grane e matasse da sbrogliare. “Già non riesco a gestire le mie cose, figurarsi se posso perdere tempo nell’interessarmi delle faccende altrui”.
E se quest’alibi fosse un gesto di debolezza, che produce come unico risultato quello di ergere un muro invalicabile dinanzi alla propria vita? Il non aprirsi ai bisogni degli altri potrebbe infatti essere innanzitutto un freno verso se stessi. Un occasione persa, cioè, di rivisitare la propria quotidianità e interpretarla in funzione della luce o del buio che arrivano dagli altri. Anche da chi meno te lo aspetti.
Perché si fa presto a dire di riuscire a restare immuni da quanto accaduto di spiacevole al vicino di casa, al collega di lavoro, al compagno di squadra del club dello sport.
È proprio in questi momenti che la vigilanza deve essere alta.
“Gli altri siamo noi” (Umberto Tozzi).
