Un Italia “europea”. A quando un Mezzogiorno italiano?
Impietose, inequivocabili, avvilenti. A testimonianza di una situazione che si trascina da decenni, senza che si possa intravedere un concreto barlume di luce alla fine di un tunnel sempre più oscuro.
Sono le statistiche sul mercato del lavoro per il 2021 diffuse dall’Eurostat, che assegnano al Mezzogiorno d’Italia il triste primato di area dal tasso di occupazione più basso di tutti i 27 paesi dell’Unione Europea.
Tra i 15 e i 64 anni il dato che contraddistingue il Sud della nostra penisola è di quelli che non ammettono la minima incertezza o una arbitraria interpretazione: la percentuale complessiva di personale in attività di lavoro (naturalmente quello riconosciuto) è del 45,2%, rispetto alla media nazionale del 58,2%, a sua volta inferiore a quella europea, attestata al 68,4%.
Eccezion fatta per la Basilicata, l’elenco all’insegna del record negativo si correda di tutte le altre Regioni: apre la Sicilia (41,1%), per continuare con la Campania (41,3%), la Calabria (42%) e finire con la Puglia (46,7%),
Restringendo l’analisi alle sole donne, la situazione che emerge rasenta addirittura il catastrofico: al di sotto del Garigliano, per la stessa fascia d’età citata, risulta infatti occupato il 32,9%, mentre la media italiana sale al 49,4% (che comunque rappresenta un dato poco confortante) e quella Ue al 63,4%. Fanalini di coda dal punto di vista regionale sono la Sicilia e la Campania, ferme addirittura al 29,1%, e la Calabria al 30,1%.
Che l’Italia sia un paese che continua a marciare a due velocità non erano certamente i dati Eurostat a dovercelo svelare. Piuttosto è la conferma di una situazione che gli effetti derivanti dalla pandemia prima e dalla guerra tra Russia e Ucraina ora hanno finito per amplificare ulteriormente.
Senza voler scomodare definizioni la cui genesi risale addirittura a due secoli fa, parlare anche ai giorni nostri di questione meridionale non sembra per nulla fuori luogo. Dà, al contrario, la dimensione di un fenomeno che si trascina stancamente dalla notte dei tempi e che nel mondo del lavoro trova la sua accezione più acuta in quanto ad inefficienza e incapacità (o mancanza di volontà effettiva) nel risolverlo.
Fare impresa al Sud è un’impresa. Fino a quando non si entrerà nell’ottica di considerare il Mezzogiorno, soprattutto dal punto di vista dell’occupazione, un’emergenza nazionale, difficilmente il nostro paese potrà fregiarsi di quell’impronta europea cui fortemente aspira.
Di certo non saranno esoneri contributivi, crediti di imposta o provvedimenti buoni per una sola stagione a invogliare le società ad investire, a far convergere multinazionali dall’estero o a trattenere quelle già ivi operanti.
C’è tutta un’attrattiva da costruire fatta dal potenziamento del sistema logistico e dei trasporti in generale, dal miglioramento del livello di sicurezza sociale, dalla creazione di una autentica cultura di impresa da parte della classe politica. Forse la cosa più difficile…
Troppo spesso il Sud del lavoro si è contraddistinto per la non comune capacità di imprenditori illuminati e profondamente legati alla propria terra di creare opportunità, di dar vita a iniziative di assoluto rilievo, anche in campo tecnologico. E tutto ciò senza poter contare su un solido substrato di infrastrutture e di concreta legittimità da parte delle istituzioni locali, a volte rivelatesi più un coacervo di insormontabile burocrazia che un volano di crescita.
