Quando l’eccesso di lavoro infrange i confini della vita
Warren Norton, 49 anni. Un nome e un cognome come tanti in Inghilterra. Tanti quanti i pacchi caricati sul suo furgoncino che ogni giorno era costretto a recapitare. Trovato riverso in una (purtroppo solo) apparente posizione di riposo sul volante del suo van. Lo strumento di lavoro che si trasforma in una tomba. Morto d’infarto pochi giorni fa per “eccesso di delivery”.
Diventerà una patologia sempre più diffusa, se non si porrà un argine concreto alla ricerca spasmodica finalizzata al raggiungimento del massimo dell’efficienza con quello della produttività che non guarda in faccia a nessuno. Persino alla stessa vita.
Uno smartphone che funge da navigatore per individuare l’itinerario e attestare l’avvenuta consegna, quand’anche non occorra per contattare il destinatario, inaspettatamente lontano dalla propria abitazione. Un automezzo, stipato all’inverosimile di involucri di cartone o plichi, da alleggerire nei tempi previsti, se non addirittura in anticipo sulla tabella di marcia.
Perché si può sempre trovare la strada eccessivamente trafficata – figurarsi nelle grandi città durante avverse condizioni meteorologiche – oppure la persona, domiciliata in uno di quei condomini “alveare” o in centro, che per le più svariate ragioni chiede più o meno gentilmente al malcapitato corriere di lasciare direttamente il pacco tra le sue mani.
Intanto le lancette dell’orologio scorrono impietose come una spada di Damocle e in quel momento avrebbe dovuto già bussare alla porta del successivo beneficiario. Allora schiaccia il piede sull’acceleratore per tentare di recuperare il terreno perduto. Ma lo stress sale. E l’algoritmo impietoso richiama all’ordine. Perché poi a fine giornata c’è un bilancio complessivo da far quadrare.
Ora si potrebbe opinare che lo sfortunato lavoratore d’Oltremanica non abbia saputo resistere al combinato disposto delle pressioni del suo manager e della tentazione di guadagnare di più, quasi per ascrivergli una quota parte di responsabilità nella tragedia di cui è rimasto vittima.
Sostenere un ritmo di 14 ore di lavoro al giorno, in conseguenza dei picchi di attività prolungati per le note campagne di vendita a condizioni favorevoli, metterebbe ko finanche un impiegato seduto comodamente dietro una scrivania. Figurarsi un uomo, che per guadagnarsi uno stipendio trottava automunito in maniera frenetica per soddisfare in molti casi il buon esito della pigrizia altrui. Anche se a prezzo scontato.
Storie come quelle di Warren cominciano ad essere frequenti, anche in circostanze e per motivazioni differenti. E non di rado quello del corriere diventa un mestiere sul quale si ripiega perché non esistono concrete alternative oppure perché situazioni familiari e personali non lusinghiere impongono di arrotondare le entrate. A quale costo…
Pur se qualche passo in avanti è stato compiuto sotto il profilo delle tutele e a prescindere dalla qualifica o dalla tipologia contrattuale, autonoma o subordinata che sia, deve continuare a restare sempre valida una norma non scritta, a maggior ragione per questi lavoratori più esposti di altri a delicate ripercussioni dal punto di vista della sicurezza e della salute: quella del buon senso e del rispetto della dignità.
Stona decisamente che a diverse latitudini si parli di riduzione dell’orario di lavoro o di una sua diversa modulazione temporale, quando invece c’è chi addirittura muore perché sottoposto a eccessivi carichi di attività. Oltre, è proprio il caso di dire, ogni più umano limite.
Già, è proprio questo l’aspetto più delicato da tenere in considerazione: fino a che punto questo limite può spingersi? E perché spingersi sempre a ridosso del limite, quando addirittura superarlo?
Non sempre è “colpa” del mercato e delle nuove frontiere che si sono aperte.
