“È la burocrazia, bellezza. E tu non ci puoi far niente”.
In una vicenda che purtroppo ha messo ancora una volta in evidenza il vero male cronico del nostro paese – una burocrazia asfissiante e deleteria, nonostante fiumi di parole e proclami spesi sin dalla notte dei tempi per cercare di mitigarla – due sono le uniche, poco edificanti, certezze: l’ennesima occasione persa di sviluppo occupazionale e di un territorio e l’affannnosa ricerca degli attori in campo, soprattutto quelli istituzionali, nel tentare di trovare ogni appiglio per declinare qualsiasi onere a loro carico.
A decidere di spostare altrove investimenti, messa in campo di progetti innovativi e relativi posti di lavoro oggi è stata la Catalent, presente ad Anagni, in provincia di Frosinone. Ma quante situazioni analoghe potremmo a breve essere costretti a registrare in questa sorta di contabilità dell’inefficienza, visto che il passato più o meno recente ci ha già riservato brutte sorprese, anche se lontane dai riflettori?
Può tuttavia aiutare molto a comprendere l’effettivo interesse nel venire a capo di questa piaga tutta italiana la constatazione di quanto duri nel tempo l’indignazione che suscita una circostanza del genere, non tanto nell’opinione pubblica, quanto in chi riveste ruoli di responsabilità a diversi livelli. Spesso giusto il tempo di una dichiarazione di prammatica, magari accompagnata da una appena accennata intenzione di mettervi seriamente mano, per poi affidare al tempo il compito di far ripristinare lo status quo ante.
Questo è però un rischio da scongiurare assolutamente. Di ritorno dopo più di due anni (incrociando le dita…) ad una situazione di “rinnovata” normalità, ma con le ripercussioni economiche nefaste sulla collettività conseguenti alla guerra tra Russia e Ucraina, ci vuole poco ad elevare la battuta di arresto cui è stata costretta la multinazionale farmaceutica statunitense a cartina di tornasole di quanto concretamente si stia operando per l’effettiva rinascita del tessuto produttivo nazionale.
Se una (anche eventualmente negata) autorizzazione legata ad una pur complessa valutazione di carattere ambientale non giunge in tempi congrui, alla fine resta pur sempre un famigerato pezzo di carta ad aver vanificato una opportunità di crescita in un settore decisamente innovativo, quale quello dei bioreattori per farmaci biologici, ambito mai come prima d’ora di primaria importanza per ragioni facilmente intuibili.
Alla luce di quanto accaduto è inevitabile pensare che debba essere l’intero “sistema paese” a dover mutare pelle e ad essere meno succube del suo passato. Sburocratizzare non significa assolutamente “deregulation”, ma riduzione e/o disapplicazione di norme “figlie” di un contesto sociale e lavorativo diverso da quello attuale.
E poi? Che dire della eccessiva parcellizzazione dei livelli di responsabilità, che purtroppo fanno presupporre altrettanti passaggi autorizzativi spesso ultronei? O del depauperamento di potere e competenza di tanti uffici e funzionari statali, che invece avrebbero tutte le carte in regola per assumere decisioni importanti? O della creazione di autentiche sovrastrutture nelle pubbliche ammninistrazioni (agenzie, comitati, organismi paritetici, ecc.) che sembrano create quasi ad hoc per rallentare il normale flusso delle attività, senza apportare alcun valore aggiunto?
Non si dimentichi che la spina dorsale dell’economia italiana è costituita dalle imprese, soprattutto da quelle piccole e medie, molte delle quali sono state già costrette a chiudere e tante altre vorrebbero riconvertire la propria attività, se solo vi fosse un sistema di politiche attive in grado di sostenere questi sforzi, non solo dal punto di vista economico, ma anche rispetto alla creazione di nuove opportunità.
E ancora, soprattutto in campo giuslavoristico: quante norme, soprattutto di recente emanazione, sembrano scritte da persone che conoscono le aziende per sentito dire, senza analizzare in via preventiva impatti e conseguenze applicative?
Che dire, inoltre, della riforma della giustizia, e segnatamente quella del processo del lavoro, per gli ambiti oggetto di modifica, che non deve ammettere ulteriori indugi? Anche questo rientra tra i fattori di competitività del sistema paese, che deve abbandonare logiche conservative o posizioni di rendita per invertire la rotta.
Ecco perché bisogna assolutamente scongiurare il pericolo che questa fase di ripartenza possa trasformarsi nella ennesima nuova frontiera delle occasioni perdute.
Di vicende come quella di Catalent e affini l’Italia deve fare decisamente a meno.
