La politica che fa musica, la musica che fa politica
Con le dovute proporzioni rispetto ad avvenimenti decisamente più drammatici, in questi giorni non si fa che parlare anche dell’Eurovision Song Contest, l’evento televisivo internazionale tra i più longevi e seguiti di sempre (dopo le manifestazioni sportive).
Una kermesse canora voluta negli anni ’50 per diffondere uno spirito europeista a livello popolare: non solo unire interessi economici, ma creare anche una cultura europea a partire dal pop, il settore più trainante per le nuove generazioni.
Il presidente dell’Unione europea di radiodiffusione dell’epoca adottò l’idea tutta italiana del Festival di Sanremo, giù un’istituzione nel nostro paese, e diede avvio a questa competizione, molto seguita e sentita in Europa.
Un festival, dunque, che assecondava un preciso disegno politico, travalicando i confini della Comunità europea per abbracciare anche nazioni lontane dai parametri e dalle coalizioni dell’odierna Unione, ma ugualmente appartenenti al Vecchio Continente, e non solo.
Dalla prima edizione nel 1956 l’Esc si è intrecciato con la politica diverse volte: nel 1969 l’Austria non partecipò in opposizione al regime di Franco, il dittatore della Spagna, paese ospitante la manifestazione quell’anno; nel 1975 la Grecia si ritirò in conseguenza della partecipazione della Turchia, con la quale sussiste l’animata questione di Cipro; nel 1979 l’organizzazione del festival a Gerusalemme comportò la mancata partecipazione della Turchia, vista l’ostilità tra arabi e israeliani; nel 2009 la manifestazione si tenne in Russia e la Georgia non vi prese parte a causa delle ostilità politiche; infine dal 2016 più volte la conflittualità tra Russia e Ucraina ha animato le polemiche anche all’Esc per brani troppo politicamente schierati, fino a giungere al 2022, in cui la Russia è stata esclusa per l’invasione dello stato di Kiev.
Insomma il palco dell’Eurovision Song Contest, nato con un’ideale di integrazione, molto spesso ha visto trionfare la separazione. Una sconfitta, dunque? La dimostrazione che neanche la musica può unire cuori e genti in conflitto?
Forse il senso più profondo di queste vicende è che la musica può fare molto dove non ci sono muri alzati o porte chiuse, dove si è capaci di isolare i particolarismi. La musica riflette ciò che è nell’animo degli uomini. È evidente che una competizione in cui si canta rappresentando uno stato porti con sé le ragioni di stato o quelle di chi in esso domina.
Allora occorre prendere realisticamente atto del fatto che senza arrendersi, senza illudersi, c’è molto da lavorare. C’è un cammino da compiere, in cui sicuramente la musica può fornire un supporto, una base, un sottofondo sociale e culturale insostituibile.
Ma dove non possono le sette note, deve suonare il cuore degli uomini.
“La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare” (Ezio Bosso).

