Il modello organizzativo migliore? Quello che verrà
Smart working, sia nella versione più estrema che come parte integrante del lavoro “ibrido”, settimana corta, ferie illimitate. Più adottato il primo modello, in lenta, ma progressiva affermazione il secondo, ancora sporadicamente applicato il terzo.
Una modalità alternativa all’effettuazione dell’attività presso le quattro mura aziendali, elevata a fattore abilitante per la buona riuscita degli altri due, ma che già di suo ha provocato una rivoluzione nel set-up organizzativo di moltissime aziende, per alcune in epoca pre-Covid, per altre in conseguenza della stessa emergenza sanitaria.
Tracciare un bilancio sul complessivo andamento dei tre temi presi in considerazione, anche ponendoli a confronto, per quanto sarebbe parziale in virtù di un diverso arco temporale a partire dal quale hanno cominciato la loro ragion d’essere, potrebbe però essere indicativo per comprendere gli orientamenti futuri.
Lo smart working è stato caratterizzato da una fase che si potrebbe definire di “folle innamoramento” durante i periodi più critici della pandemia e subito dopo il progressivo ripristino di una rinnovata normalità. Per numerosissime aziende ha rappresentato la soluzione ideale, laddove non l’unica praticabile, per consentire di andare avanti, pur tra intuibili difficoltà.
Da mesi, invece, sembrano essersi innescati controversi orientamenti che stanno conducendo ad una sua messa in discussione, fino a porre addirittura in chiaroscuro i tanti aspetti positivi, generali per quelli attinenti la sfera di carattere sociale, peculiari per le singole realtà produttive che lo hanno previsto e disciplinato. I numeri in deciso calo sono lì a testimoniarlo, nonostante i tanti accordi sindacali sottoscritti in materia
Nella versione con o senza smart working, cominciano a farsi invece decisamente avvincenti il dibattito e l’applicazione di tutto quanto attiene alla settimana corta, sia o non a parità di stipendio rispetto alle 40 ore di lavoro settimanali.
Dopo averne constatato negli ultimi anni una sempre più marcata diffusione al di fuori dei confini nazionali, anche in Italia sono stati implementati di recente modelli ben articolati lungo questa direttrice, alcuni dei quali in via unilaterale dalle imprese, altri, la maggior parte, in verità, derivati dalla contrattazione collettiva di secondo livello, vero motore abilitante per esplorare e concretizzare con successo ambiti di innovazione.
Infine il modello delle ferie illimitate, ovvero lo stravolgimento di un paradigma tra tempi di lavoro e di assenza dallo stesso, apparentemente il massimo della flessibilità possibile nell’ottica del dipendente.
Si tratta di una frontiera in verità ancora tutta da scoprire, che però merita la massima attenzione soprattutto perché il confine tra un concetto di libertà spinto e il suo esatto contrario potrebbe essere davvero labile. Senza parlare poi di quanto le norme attuali siano (poco) mature per disciplinare e gestire una situazione così dirompente.
Al tirar delle somme niente è più rischioso di un modello organizzativo ritenuto vincente se non lo si adegua costantemente al mondo che cambia. Probabilmente quello migliore sarà il prossimo. Quello, cioè, di cui le imprese sapranno dotarsi per il futuro prima di essere costrette a farlo in conseguenza di eventi esogeni.
Con un occhio alla produttività, partendo innanzitutto dal comprenderne l’esatto significato e dall’indicare i parametri più congrui per individuarla e valorizzarla, sia nell’interesse delle aziende che dei lavoratori.
E con l’altro alle persone, che restano sempre la chiave di tutto e delle cui subentrate priorità in termini di nuovi equilibri lavorativi, personali e familiari si dovrà sempre tener conto.
