L’Amazzonia ci insegna: preservare l’identità è il vero progresso

Non sono mai stato un estimatore di arte fotografica, ma in questi giorni mi è stato consigliato di vedere una mostra, con un allestimento speciale qui a Roma.

Fidandomi di chi me l’ha proposta, per stare insieme e per curiosità, ho detto ok. “Amazônia” il titolo.

Già ero entrato nell’ottica, a proposito di fotografia, di non vedere verdi paesaggi, animali esotici, fiori variopinti: la mostra è infatti completamente in bianco e nero.

Perché questa scelta? Perché azzerare la bellezza dei colori? Soprattutto mi stupisce che il cuore dell’esposizione sia rappresentato da volti. Volti e corpi fieri e austeri di Indios, uomini, donne e bambini statuari, scolpiti in profondità, a cui il bianco e nero restituisce spessore e forte dignità.

Inevitabilmente mi interesso a loro, così distanti da me: nudi ed elegantemente adornati di piume e disegni sul viso. Quelle foto descrivono la loro quotidianità, le fatiche, le feste, le abitudini. Una vita tra archi, frecce, caccia, pesca, frutti spontanei e soprattutto una straordinaria sensibilità per la natura.

E mi sono chiesto: noi apparteniamo alla metà del mondo cosiddetta civilizzata, quella in giacca e cravatta, lavatrice e frigorifero, computer e smartphone e… inquinamento, guerre nucleari, disastri ecologici, crisi energetiche.

Mi soffermo ad ascoltare le interviste rilasciate dai loro “anziani”. Con straordinari copricapi piumati chiedono rispetto. Chiedono che non venga tolta la terra al popolo. Chiedono di non violare l’ambiente che gli dei hanno preparato per loro, che sono i fedeli custodi da secoli del polmone verde del mondo.

Intanto noto che uno di loro indossa al polso un moderno orologio e ha imparato a parlare il portoghese e con innocente stupore scopro anche che in alcune zone arriva il wi-fi. Il loro non è un rifiuto del progresso, come una visione miope potrebbe indurre a ritenere, ma un profondo senso di responsabilità e di amore per la vita.

Il mondo occidentale ha pensato bene a colonizzare, depredare, sfruttare, imporre usi e costumi più evoluti, lingua, religione. Ma pur con sacrifici di migliaia e migliaia di vittime e di una progressiva sottrazione, a vantaggio di turpi speculazioni, di centinaia e centinaia di chilometri quadrati di territorio, essi sono stati in grado di resistere orgogliosamente e di opporsi, facendo sì che gli anziani tramandassero i saperi indigeni alle giovani generazioni, allevate secondo canoni occidentali.

Il loro ritorno al passato è stato un lungimirante ponte lanciato verso il futuro: recuperare ciò che li aveva custoditi dall’annientamento preservando il loro ambiente, la loro cultura. In una parola, la loro identità.

Alle porte di un nuovo Natale, è questo l’augurio che rivolgo: ripristinrare l’autentico sapore delle nostre tradizioni e dei nostri valori non per rimanere ancorati nostalgicamente al passato, ma per evitare di lasciarci soggiogare dal vuoto e dal non senso.

“Le foreste a precedere le civiltà. I deserti a seguire” (Francois-Renè de Chateaubriand).