AAA sindacalista cercasi

“Formazione giuridica, con specializzazione in diritto del lavoro o forte interesse per il settore”. “Valutati anche profili che hanno svolto praticantato da avvocato”. “Ottima conoscenza della lingua tedesca ed italiana”. “Attitudini di mediazione, problem solving e propositività completano il profilo”.

A leggere soltanto alcuni dei requisiti richiesti per rivestire questo incarico, il primo pensiero è stato quello di un addetto alle relazioni industriali di un’azienda sita nel nostro paese, ma con quartier generale, o con solidi rapporti commerciali, in Germania o in Austria.

E invece questa notissima agenzia per il lavoro, una delle più capillarmente diffuse a livello mondiale, qualche giorno fa ha pubblicato sul proprio sito italiano una inserzione per la ricerca di un… sindacalista!

 “La figura andrà ad inserirsi in un’importante organizzazione sindacale con riferimento ai settori terziario, turismo e servizi; con il ruolo di Funzionario di Prima Nomina”.

Il sindacato che come una qualsiasi azienda affida al mercato la caccia ai migliori talenti. Non sarà copernicana, ma si tratta di una rivoluzione anche questa. Una sorta di sindacato 4.0 che, se ancora non completamente allineato alle dinamiche di un mondo del lavoro in costante evoluzione, su altri fronti dimostra di volersi quantomeno ispirare a chi siede dall’altra parte del tavolo.

Ora è quindi ufficiale: se non lo si fosse già capito, fare il sindacalista è un diventato un mestiere, che come tutti gli altri spinge “il datore di lavoro” (in un’accezione che non è l’impresa, in questo caso) a tentare di sottrarre materia prima alla concorrenza.

Solo il tempo ci dirà se questa inserzione costituirà la classica eccezione di una regola che invece continuerà a confermare un modus operandi ben radicato: quello, cioè, che vuole i rappresentanti sindacali provenienti quasi esclusivamente dall’interno delle rispettive organizzazioni. Intanto certifica una situazione che da queste pagine era stata già messa in evidenza: quella della crisi di autentiche vocazioni sindacali.

Per il bene di tutti, anche per le imprese stesse, sarebbe invece opportuno che il sindacalista si facesse le ossa direttamente sul campo, in fabbrica, in azienda, come delegato dei lavoratori, a respirare quell’aria che un domani potrebbe condurlo, in funzione di più ampie responsabilità assegnategli, ad avere una visione più completa nella gestione della sua attività non per sentito dire, ma per esperienza diretta.

Se in azienda non si riesce a seminare bene per far crescere le nuove leve “dal basso”, in maniera genuina e svincolata dalle designazioni degli apparati, meglio allora dare mandato ad una società che fa della ricerca di personale il proprio core business. Né più né meno sarà stato questo il ragionamento dell’organizzazione sindacale dell’aspirante “Funzionario di Prima Nomina”.

È uno scotto da pagare sia alla mancata rimodulazione della propria capacità di sentirsi diversamente rappresentativo delle istanze dei lavoratori che al riposizionamento sul palcoscenico sociale che ancora tarda a venire?

Sarebbe interessante, oltre che curioso, capire inoltre a chi potrà far riferimento il neo assunto nel caso in cui si venissero a creare attriti con il suo datore di lavoro. “Mi rivolgo al sindacato”, la frase per eccellenza di chi non vuole investire della cosa direttamente un proprio legale di fiducia, diventa di difficile applicazione, se non addirittura impossibile in re ipsa.

Giusto per non perdere le buone tradizioni, tra le mansioni principali viene richiesta anche“attività di tesseramento”. Sarà pure 4.0, ma quello di fare proseliti resta pur sempre una esigenza dalla quale anche il sindacato più moderno difficilmente potrà svincolarsi.