Il Ministro (e il Ministero) del Lavoro che verrà
Quando poco più di un anno e mezzo fa Mario Draghi venne designato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla guida del governo, fu molta la curiosità di verificare al momento del suo insediamento quanti e quali fossero i ministri tecnici rispetto a quelli tipicamente politici.
In questo compromesso tra la necessità di affidare i ministeri “chiave” a persone di stretta fiducia del premier e il mantenimento dei delicati equilibri tra i partiti che sostenevano la compagine di Palazzo Chigi (con l’esito che conosciamo), al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali fu designato un uomo cosiddetto di apparato, Andrea Orlando del Partito Democratico.
Avverrà così anche per l’insediando nuovo governo? Oppure questa volta il nuovo titolare del dicastero di Via Veneto potrà essere espressione, se non proprio del mondo delle imprese, quantomeno di quell’ambito ad esso parallelo, in grado di comprendere, ad esempio, le contingenti difficoltà e i potenziali impatti in termini di perdita di posti di lavoro correlati al drastico incremento del costo dell’energia, cercando di venirne a capo anche con soluzioni innovative?
Allo stato, però, sarebbe prematuro declinare per chi opererà dietro alla scrivania che fu anche di Gino Giugni e di Tiziano Treu il classico “cahier de doléances”. Intanto solo qualche utile memento. Numericamente per difetto, tali e tanti i temi meritevoli di attenzione e intervento.
Incrocio tra domanda e offerta di lavoro, che poggia quasi esclusivamente sui Centri per l’Impiego quando, invece, una sinergia tra il pubblico ed il privato attraverso il coinvolgimento sempre più marcato delle Agenzie per il Lavoro potrebbe migliorare la situazione e rendere l’utilizzo delle risorse economiche più oculato.
Ristrutturazione di ambiti e competenze di tutti gli uffici periferici, che risultano distanti e non allineati alle dinamiche del mondo produttivo.
Sburocratizzazione, che non significa per forza “deregulation”, ma, di converso, riduzione e/o disapplicazione di norme “figlie” di un contesto sociale e lavorativo diverso da quello attuale. Senza però aggiungerne altre (ogni riferimento al Decreto Trasparenza e alla sua recente circolare ministeriale è puramente voluto) del tutto inutili per le aziende, quando addirittura contrarie al buon senso e all’operatività.
Vigilanza premiante per le società in regola e rigorosa fino alle estreme conseguenze per quelle che non sono tali, soprattutto dal punto di vista del rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza e di contezza retributivo-contributiva.
Forse, però, in primis andrebbe condotta un’altra operazione: quella di restituire al dicastero del Lavoro l’importanza che merita.
Troppo spesso in tempi anche più o meno recenti è infatti emersa la sensazione che esso rientrasse in quel risiko fine a se stesso, fatto di incastri e incroci di scambi di poltrone tra i partiti di maggioranza.
Non un ministero di seconda fascia, ma quasi, mentre dovrebbe rappresentare una sorta di termometro, unitamente ai ministeri di impronta economica, per misurare lo stato di salute del nostro paese e “leggerne” le dinamiche del tessuto sociale. E se ciò avverrà, il tutto si potrà valutare anche in funzione dell’autorevolezza, della capacità e del curriculum vitae della persona che verrà chiamata ad assumere la responsabilità di esso.
Ci sarà allora un’inversione di tendenza rispetto al passato? Il prossimo Ministro del Lavoro sarà un tecnico, meglio se con esperienze concrete maturate in ambito imprenditoriale, o un politico?
Ancora poche settimane e sapremo.
