A dicembre il sindacato è più disunito che mai
Uno sciopero generale per protestare contro la legge di bilancio non si nega a nessuno, a prescindere dall’esecutivo in carica. Così come a distanza di un anno restano immutati gli schieramenti di chi lo porrà in essere e di chi, invece, continua a percorrere la strada di soluzioni alternative. Una dinamica costante nel tempo. E sempre di questi tempi.
E’ infatti diventato dicembre il mese che più degli altri rischia di accentuare e mettere in evidenza il distinguo tra le tre principali organizzazioni sindacali nazionali. Con buona pace del tentativo di unità, ormai ridotta a mera utopia.
Dal 12 al 16 dicembre prossimi – con un calendario di iniziative a carattere territoriale distribuito in 5 giorni, anche se l’ultimo di essi sarà quello più “gettonato” – Cgil e Uil scenderanno in piazza per far sentire il proprio no alla Finanziaria del governo Meloni. Cosa che invece non farà la Cisl, che preferisce puntare sul dialogo, per quanto intransigente nei contenuti da proporre per tentare di modificarne i tratti più caratterizzanti.
Medesime situazione e ragioni dello sciopero generale nel 2021, quando a Palazzo Chigi c’era Mario Draghi sulla tolda di comando e ben altra la maggioranza che lo sosteneva. Il 12 dicembre 2014 cambiò soltanto, si fa per dire, la motivazione, perché anche allora il sindacato attualmente diretto da Luigi Sbarra fece un “passo di lato” contro il jobs act, lasciando la ribalta di cortei, striscioni e cori nelle città a Cgil e Uil.
Sciopero o non sciopero, la circostanza si presta ancora una volta per fare qualche riflessione sull’attuale ruolo delle organizzazioni sindacali in generale e sulla loro effettiva capacità di incidere nelle dinamiche sociali e lavorative del nostro paese.
In senso molto più lato, la fase storica di profondo cambiamento che stiamo vivendo dovrà condurre a una rimodulazione della capacità da parte del sindacato di sentirsi diversamente rappresentativo delle istanze dei lavoratori. E del lavoratore di sentirsi effettivamente rappresentato dal sindacato.
Si tratta, in sostanza di ipotizzare un salto di qualità duplice, con il primo che è chiamato ad un cambio di passo nel riposizionare all’interno del palcoscenico sociale la propria ragion d’essere – più orientata alla esplorazione di nuove frontiere occupazionali piuttosto che alla mera conservazione del posto di lavoro in quanto tale – e con il secondo che, pur essendo in grado di pensare autonomamente al proprio futuro, chiede tuttavia al sindacato di contrattare, ad esempio, più ore di formazione e di welfare.
Provando a scendere più nel dettaglio, fa riflettere il dato relativo alla composizione degli iscritti, con la metà costituita da lavoratori non più attivi ma in pensione, mentre all’estremo opposto risulta davvero irrisoria la percentuale dei giovani che sembrano credere nell’importanza e/o nella necessità di affidare al sindacato il compito di farsi latore e strenuo difensore delle proprie istanze.
Qualche considerazione non può non essere condotta anche sulle modalità con le quali esercitare il proprio diritto alla rivendicazione o alla manifestazione del dissenso.
Lo scendere in piazza ha indubbiamente e inevitabilmente ancora il suo fascino, che si trascina dietro anni e anni di storia del nostro paese. Ma può essere ancora considerato “lo strumento” ideale per far concretamente presa verso gli interlocutori ai quali la protesta viene indirizzata? O resta solo il più visibilmente eclatante, ma non consente più come in passato il raggiungimento di risultati di rilievo?
E poi, da ultimo e non per ultimo: saranno pure mutati scenari e tempi, saranno anche differenti, per il diverso contesto sociale, il livello, la qualità e la rilevanza delle rivendicazioni. Ma nel nostro mondo attuale a portata di clic, con la globalizzazione che ha abbattuto i confini per cedere il passo agli orizzonti, bisogna pensarci a lungo prima che vengano alla mente i successori di chi, qualche decennio fa, si chiamava, ad esempio, Lama, Carniti e Benvenuto.
A qualcuno forse potrebbe venire in mente Landini quando era il leader della Fiom, spesso su posizioni antagoniste anche rispetto alla sua stessa confederazione, o Marco Bentivogli della Fim, per essere stati i segretari generali che, unitamente a Rocco Palombella, loro omologo della Uilm, firmarono il 26 novembre 2016 per la categoria che rappresentavano un rinnovo del contratto collettivo nazionale all’epoca decisamente innovativo per alcuni dei temi trattati (uno su tutti il welfare).
C’è crisi di autentica vocazione sindacale? Mancano le scuole sindacali di una volta? Conseguenza della frammentazione politica, che ha finito per privare di un punto di riferimento le organizzazioni sindacali? Colpa di una società, che si caratterizza sempre di più per la prevalenza dell’individualismo e quasi non tollera più chi, invece, per ruolo e storia, al di là di tutti i limiti intrinseci, porta avanti istanze di carattere collettivo?
