Padre e figlio insieme al traguardo. E un premio speciale…

Alfredo e Pietro. Padre e figlio. Un rapporto simbiotico, speciale, unico. Fatto di complicità profonda, di sguardi intensi, di abbracci infiniti. Di orgoglio reciproco per essere l’uno parte e fonte della vita dell’altro.

L’entusiasmo contagiante e la vivacità straripante del figlio. Il desiderio infinito del padre di avviarlo al meglio verso il domani. Preservandogli comunque la sua autonomia, la sua capacità di farsi strada da solo. Anche di sbagliare.

Cinque anni, ma con idee già ben salde nella testa, alcune delle quali tipiche di un bimbo della sua età. Come quella, ad esempio, di voler sempre primeggiare. È l’ora di andare a mensa a scuola? Corre per stare davanti a tutti. Si gioca un improvvisato tennis nella sua cameretta, con la rete fatta dallo schienale delle sedie, i birilli al posto delle racchette e un palloncino che funge da palla (per fortuna…)? Non ci sono versi: ogni suo punto è moltiplicato per quattro e deve vincere.

Qualche vita fa Alfredo è stato campione in molti sport e la sua stanza da letto nella casa dei genitori continua ad essere addobbata da innumerevoli coppe, medaglie e targhe. E quando Pietro guarda quei trofei, scatta nella sua testolina la voglia di imitarne le gesta.

Sarà ancora piccolo per apprezzarne il valore, ma al papà scatta l’idea di cominciare a far comprendere al figlio con gesti concreti la bellezza (sì, la bellezza!) di arrivare ultimo, a patto di avercela messa comunque tutta e di aver dato il meglio di se stesso, e la grande “scoperta” che partecipare, mettersi in gioco, è già di per sé una vittoria. La più grande di tutte.

Una gara amatoriale di 5 chilometri in progressiva e costante salita è lo scenario di questa lezione di vita. Anche se ormai arrugginito perché senza allenamento, Alfredo decide lo stesso di cimentarsi, a costo di mettere a repentaglio le proprie coronarie (e probabilmente anche quelle di altri…) per un superiore intento, che non è affatto quello agonistico, e si posiziona ai nastri di partenza.

Pietro e la mamma, nonché moglie di Alfredo, raggiungono la linea del traguardo in trepida attesa. La moglie di vedere arrivare vivo il marito. Il figlio di vedere trionfare il papà.

La gara ha inizio. Dopo soli pochi tornanti Alfredo vede sfilare accanto a sé quasi tutti i partecipanti e già prima della metà della gara i suoi battistrada diventano la cosiddetta “macchina scopa” e l’ambulanza, pronta ad ogni evenienza.

È ultimo. Non per sua scelta, ma proprio perché in questa mattinata è a corto di energie.

Intanto Pietro, sempre più impaziente all’arrivo, avrà già visto il vincitore giungere solitario con le braccia alzate. E il suo papà?

Trascorrono i minuti, ma di Alfredo neanche l’ombra. O meglio, un ombra si manifesta ciondolante prima del tornante finale. È lui! Quasi a voler infierire, lo speaker pronuncia il suo numero di pettorale, accompagnato da nome e cognome, e la sua posizione.

Pietro vede il papà, ormai sfinito, arrancare con le sue forze residue e a pochi metri dal traguardo gli va incontro e gli si fionda in braccio. La folla festeggia padre e figlio come se fossero arrivati primi, tanto da essere entrambi accomunati sotto la stessa corona di alloro.

In quel momento l’aspetto più gratificante ed edificante è il dialogo che si instaura tra padre e figlio, con Pietro che quasi rimprovera il papà per quel disonorevole piazzamento. Alfredo sorride e gli dice: “ Hai visto quanti complimenti ho ricevuto? Perché l’importante è essere arrivati al traguardo. E poi, pensando al futuro, il vantaggio è che da ultimo si può soltanto migliorare”.

Pietro non appare troppo convinto. Non può esserlo. A cinque anni si ha soltanto la voglia di spaccare il mondo. Di rendere ogni aspirazione possibile, come è anche giusto che sia.

La sera delle premiazioni ad Alfredo viene assegnato il trofeo per la tenacia. Lo ritira portando il figlio in braccio e donandoglielo in segno di vittoria.

Al papà è bastato un bacio di suo figlio. E la speranza di avergli instillato un seme di vita.

“Credi che ci si arrivi mai

Basta solo tendere più che si può

L’arco che hai

Non importa fare sempre centro

Basta solo fare del tuo meglio

È abbastanza sai”

(Vasco Rossi)