Dagli Usa alla Germania: vento di novità per il sindacato?
Da tempo lo stesso presidente Joe Biden, molto prima che la guerra in Ucraina calamitasse le sue attenzioni (con quanto successo resta ancora tutto da verificare), si era prodigato in più di un endorsement a favore del sindacato, caldeggiandone una sua maggior visibilità all’interno delle aziende statunitensi e cavalcando l’onda di un malcontento pressocché diffuso tra i lavoratori.
Una situazione sotto certi aspetti contraddittoria, se posta in relazione a due dinamiche tra di loro apparentemente opposte: il numero degli iscritti, che nel 2021 ha fatto registrare un calo superiore al 10%, e i primi significativi successi colti in alcune tra le aziende “iconiche” del mondo imprenditoriale a stelle e strisce, come Amazon e Starbucks, nei primi mesi del 2022, che potrebbero far invertire il trend delle adesioni.
Nel caso del colosso mondiale dell’e-commerce il successo che il sindacato può sbandierare non è correlato al conseguimento di chissà quali miglioramenti dal punto di vista economico o di organizzazione del lavoro, ma ad una (per ora semplice) presenza che si è insediata all’interno di qualche stabilimento a seguito di referendum.
Guardando invece in casa della multinazionale dei caffè il tenore delle rivendicazioni è spinto più in avanti, con il sindacato che si è già fatto decisamente strada e punta a incrementare il livello delle retribuzioni e dei benefit, per affermazione degli stessi lavoratori ad oggi tutt’altro che trascurabile.
Se volessimo traslare questi due spaccati all’interno della nostra penisola, le strutture di rappresentanza dei lavoratori, pur se ancora alla continua e faticosa ricerca di una dimensione rinnovata del loro posizionamento e della loro capacità di incidere, hanno maggiori, laddove non esclusivi, punti di sovrapposizione e contatto con la seconda situazione descritta.
Non v’è dubbio, tuttavia, che in generale il diverso background storico, culturale e sociale tra Stati Uniti e Italia renda oltremodo difficile tracciare un quadro in cui poter far risaltare in una veste più marcata le analogie rispetto alle differenze.
Chissà se le spinte ormai globali, derivate anche ma non solo dalla pandemia, possano rappresentare per il sindacato un orizzonte comune che esuli dai confini dello stato ove è chiamato ad intervenire: dalle azioni finalizzate alla conciliazione tra vita personale, familiare e professionale alle iniziative sulla genitorialità, sulla salvaguardia dell’ambiente, sulla tutela delle categorie più deboli, sull’accesso alla formazione e alla riqualificazione continua del personale.
Un sindacato che fosse ancora orientato ad autoconfigurarsi come difensore dei posti di lavoro, nell’accezione cui eravamo abituati fino a pochi anni fa, rischierebbe seriamente di non avere più seguito o, nella versione più ottimistica, di rappresentare pochi segmenti della popolazione attiva.
Ci sarà pure una ragione se la metà degli iscritti al sindacato in Italia è costituito dai pensionati e se le nuove leve di lavoratori già fanno intendere di non voler riconoscere intermediari per puntare a migliori condizioni in termini omnicomprensivi e di predisporsi a fare tutto da soli in base alle proprie aspirazioni e sulla scorta delle loro doti negoziali.
In Germania, ad esempio, sono convinti che questo trend possa essere invertito anche in virtù dell’elezione al vertice della principale confederazione sindacale tedesca, la Dgb, di una donna. Una circostanza che il nostro paese ha già sperimentato attraverso le figure di Susanna Camusso e di Annamaria Furlan come leader rispettivamente della Cgil e della Cisl. Tempi ormai andati e maturi solo per quella stagione? E tali saranno anche a Berlino e dintorni?

