Sui banchi si studia. Ma a scuola si insegna anche a saper vivere
“I grandi vanno al lavoro, mentre il lavoro dei bimbi e dei ragazzi è andare a scuola”. Quindi per quest’ultimi l’Italia è una repubblica democratica fondata sulla scuola.
Discorsi di un padre al figlio durante la quotidiana condivisione mattutina di un percorso fino ai rispettivi “uffici”. E ora che proprio nella settimana testé archiviata queste consuetudini familiari hanno ceduto il passo alla loro tradizionale fase di “rigenerazione” estiva, assurge quasi a dovere morale di ogni persona riconoscere in tutta la sua intrinseca bellezza il valore di un ambiente spesso denigrato, sottovalutato, ma senza il quale nessuno sarebbe rimasto lo stesso senza averlo frequentato. A prescindere che sia o meno un obbligo.
Esiste una scuola, quella che viene trasformata a cadenza periodica da politici e burocrati in un terreno fertile soltanto di mancate promesse e di millantate riforme, magari buone solo per una stagione. E poi esiste La Scuola, quel mondo meraviglioso, fucina di tutte le generazioni, imprescindibile palestra di vita prima ancora di essere costruttrice di cultura e di conoscenza.
Nonostante la tecnologia sembra aver preso il sopravvento in ogni ambito, spesso spersonalizzando le relazioni, quando addirittura facendole regredire, il suono della campanella continua a diffondere quel carattere nostalgico insostituibile, dettato da una continuità che è superiore ad ogni tempo.
Superiore persino a cambi radicali di paradigma, testimoni di un ribaltamento di costumi e di un clima di generale deresponsabilizzazione, che induce sempre a puntare il dito nei confronti degli altri e a non fare pace innanzitutto con le proprie mancanze.
È attraverso la scuola che infatti si misurano e si orientano anche i rapporti tra figli e genitori. Soprattutto quando costoro, a volte in maniera proditoriamente consapevole, scaricano sugli insegnanti le proprie lacune educative, facendo del male innanzitutto a loro stessi.
Sostenere che i docenti spesso svolgano il proprio lavoro in trincea, che non significa esclusivamente in quattro mura fatiscenti o prive del minimo necessario, non è esercizio di facile retorica. Il vero scatto in avanti sarebbe quello di considerare l’insegnamento non un ripiego rispetto ad aspirazioni prioritarie lavorative non concretizzatesi, ma come una autentica vocazione: quella di suscitare la passione per il sapere.
Educazione come cammino condotto insieme ai discenti per tirar fuori e portare alla luce le proprie capacità e mettere a frutto le competenze acquisite. Occorrerebbe recuperare, docenti, genitori e studenti, il potente valore della correzione: i primi invitati a esercitarla come responsabilità da dispiegare, ovviamente con misura, per il vero bene degli alunni; gli altri in grado di accoglierla come strumento per una sana crescita e non come offesa o ingiuria.
A ciò si potrà tendere soltanto se un intero sistema, il sistema paese, maturerà un salto di qualità nelle concrete prospettive, non nelle semplici intenzioni. Bisogna, in sostanza, che tutti contribuiscano alla restituzione di una dignità, se non perduta, quantomeno ridimensionata.
“Tutto il male che si dice della scuola fa dimenticare il numero di bambini che ha salvato dalle tare, dai pregiudizi, dall’ottusità, dall’ignoranza, dalla stupidità, dalla cupidigia, dall’immobilità o dal fatalismo delle famiglie” (Daniel Pennac).
