La notte che fa nascere due vite nuove
Luca era già un po’ barcollante. Quel piede maldestramente poggiato a terra, appena sceso dall’autobus, ha fatto tutto il resto. Una fitta. Dolore lancinante. Finito disteso come a letto, ma sul duro piano dell’asfalto. Immobile. Con un filo di voce che sembrava un rantolo.
Pochi minuti prima Ennio era seduto a tavola. Ci voleva proprio questa rimpatriata con quel gruppo di amici, finiti per essere relegati a meri contatti di una rubrica dello smartphone. Al massimo qualche messaggio di circostanza nelle ricorrenze. E null’altro dopo anni di assidue frequentazioni e goliardate.
Ma ecco che quell’angolo diventa all’improvviso coincidente sintesi delle loro esistenze. Sì, proprio quell’angolo, dove le loro strade si sono incrociate e nessuno dei due è rimasto più come prima.
Un anziano e un giovane. Mondi diversi per prospettive diverse da chiedere alla propria vita. Chi un incedere il più tranquillo possibile, combattendo con acciacchi e difficoltà di un’inesorabile parabola discendente. Chi uno sprint decisivo per dare concretezza a un domani ancora ricco di incognite.
Quella notte, però, Luca ed Ennio erano entrambi lì. Allo stesso posto e senza alcuna differenza. O meglio, con una grande differenza, figlia di comportamenti e necessità complementari.
Un braccio teso, dal basso verso l’alto. Un braccio teso, dall’alto verso il basso. Chi chiede aiuto. Chi riceve aiuto. Anzi, in quel momento, chi ha dato aiuto ha anticipato chi lo avrebbe comunque chiesto e ricevuto.
Posta sotto la sua testa una borsa a mo’ di cuscino di fortuna, Luca ha guardato negli occhi Ennio. Ennio ha guardato negli occhi Luca. È bastata quella scintilla, quell’incrocio di pupille stanche, per fidarsi l’un l’altro. Ciecamente.
Un’ambulanza che tarda a venire. Quelle lancette che sembravano camminare lentamente, quasi fermandosi, sono state il grimaldello per aprire i loro cuori, facendovi entrare se stessi. Senza riserve.
Il tempo si era fermato.
Ecco sopraggiungere il suono appena accennato di una sirena. Poi la luce e il suono sempre più incalzante a squarciare il velo di una notte d’estate. Finalmente.
Un autobus di periferia gli ha spalancato le porte verso una sofferenza tutt’altro che preventivata. Ma Luca in quel momento era ritornato a sorridere. Le sue ansie erano finite. Magari avrebbe dovuto trascorrere un po’ di giorni in ospedale per ristabilire i suoi arti malandati, ma non gli importava più di tanto.
Luca sorrideva, perché la sua vita aveva ricevuto un senso. Altre volte si era trovato nelle stesse condizioni di quella notte, anche durante i rigidi inverni, con quelle ginocchia malconce che non riuscivano più come prima a sostenere un corpo ormai disarmonico. Ed era crollato. Lasciato in balia del suo destino. Da solo. Ed era sempre riuscito a rialzarsi. Da solo.
Quell’asfalto duro, anonimo, sconnesso, come le strade e i marciapiedi su cui spesso in passato era atterrato, quella notte gli ha restituito una risposta. Tanto attesa. Tanto desiderata. E la sua risposta aveva un nome: Ennio.
Un ultimo sguardo tra i due. Poi si sente appena pronunciato da quelle labbra a malapena aperte un sibilo dolce, quasi come una nota musicale. Luca afferra il braccio di Ennio e con le poche forze ancora rimaste sussurra grazie. Poi sale nell’ambulanza e si allontana verso una restituita speranza.
Ennio piange. Abbassa la testa e le sue lacrime irrorano i suoi piedi. Nessuno potrà mai sapere se quel pianto fosse sentore di una ricevuta riconoscenza, di una pacca sulla spalla per quel gesto di altruismo. Oppure un pianto perché è mancato poco che cedesse ancora una volta alla sua consolidata indifferenza.
L’uomo vecchio e l’uomo nuovo. Il giovane vecchio. Il vecchio giovane.
Osmosi di vite.
“Non c’è esercizio migliore per il cuore che stendere la mano e aiutare gli altri ad alzarsi” (Henry Ford).
