Ci saranno ancora in ufficio o in reparto i maestri di una volta?

In lingua italiana l’espressione è di per sé autoesplicativa: passaggio di consegne. Una romantica e al tempo stesso nostalgica rivincita lessicale nei confronti dell’idioma d’Oltremanica, che riduce il tutto a un freddo handover.

Ma quando a lasciare l’azienda, magari per la meritata pensione, sono persone che per autorevolezza, oggettive capacità, riconosciute anche all’esterno, tempi di permanenza ultradecennali e solido bagaglio di conoscenze, non c’è trasferimento di sorta che tenga. Perché, in questo caso, a varcare i tornelli in uscita per l’ultima volta non sono dipendenti qualunque, ma addirittura veri e propri maestri, che portano via il loro know how, e non certo per mancanza di “volontà trasmissiva”, creando un vuoto difficilmente colmabile.

Una categoria, quella dei maestri, alla quale si può appartenere a prescindere dalla posizione rivestita o dalla casellina occupata nell’organigramma. E non è necessario, per provare moralmente a farne parte, essere (stato) manager, anche se quest’ultimo è un gestore di risorse umane e costituisce per definizione un punto di riferimento da prendere come esempio.

“Da quel capo, da quel collega ho appreso tanto, anche semplicemente guardandoli negli occhi”. Un’espressione che condensa in pieno il concetto e travalica i confini professionali per approdare a un significato attinente alla sfera personale ed emotiva.

Spesso il know how che si disperde è infatti quello di uno stile, di un modello di comportamento, di soft skill – oggi invocate a destra e a manca come la panacea di tutte le lacune –, non tanto di competenze o di tecnicismi che si possono sempre acquisire, anche attraverso, o in conseguenza di, insuccessi.

Il maestro, ad esempio, dall’alto della sua pluriennale esperienza, voltandosi indietro stigmatizzerebbe la scarsa lungimiranza con cui sono maturate determinate decisioni, oppure consiglierebbe che fare carriera non è da e per tutti, perché soggetta anche a dinamiche sottratte all’incidenza di chi vi aspira, oppure ancora che è sempre meglio essere ricordato come una brava persona prima ancora che come un ottimo manager (entrambe le cose, allora tanto meglio!).

Con il mercato del lavoro destinato a privilegiare il contenuto piuttosto che la durata, gli obiettivi piuttosto che la routine, il virtuale al tangibile, continuare a trovare negli open space dei nostri uffici o nei reparti di produzione queste figure a tratti addirittura “iconiche” sarà sempre più difficile.

Di certo questi personaggi, attorno ai quali si costruiva finanche una sana letteratura di inarrivabilità, quando collocati in posizioni di vertice all’interno delle organizzazioni, oppure dai quali si cercava anche con un semplice sguardo di carpire qualche prezioso rudimento del mestiere, nel caso di ” semplici” colleghi con più lunga militanza, mancheranno, e non solo dal punto di vista numerico.

Dovendo forse – anzi senza il forse – riconsiderare, e non solo in seguito al Covid-19, l’identikit di impresa cui eravamo abituati, i nostri maestri diventeranno sempre più trasversali al mondo in cui opereremo, sempre più fisicamente distanti, ma più facilmente e telematicamente raggiungibili.

Un bene? Un male? Cosa ne sarà della relazione? Su quali basi si incardinerà? Sarà omologata a uno standard? Oppure potrà comunque estrinsecarsi liberamente?

Il tempo, come sempre, sarà giusto e inappellabile giudice.

A tal proposito, chissà cosa penserebbe un maestro…