Lo smart working sale sull’ottovolante
Lunga vita allo smart working. De profundis allo smart working. Con la classica e sempre gettonata via di mezzo che può rappresentare il giusto compromesso.
Al di là di qualche specifica regolamentazione imposta dall’alto in vigore ancora per poche settimane, il ripristino di una rimodulata normalità sta alimentando una serie di tutt’altro che trascurabili considerazioni in merito al più ampio respiro di questo strumento.
Sono in particolare i cosiddetti “entusiasti della prima ora” – quelli che all’interno delle proprie imprese lo hanno implementato sin dalle prime fasi del lockdown senza avere alcuna esperienza pregressa – a manifestare più di una perplessità sul suo attuale e futuro massiccio utilizzo a regime.
Che alla lunga stiano emergendo criticità legate a una organizzazione del lavoro e a strutture aziendali non completamente predisposte per sfruttare al meglio le potenzialità dello smart working, è evidente. Forse sin dall’inizio la sua adozione è stata funzionale esclusivamente allo scopo di superare la fase più acuta della pandemia, per poi ripristinare il tradizionale modus operandi, se non ostativo al raggiungimento dei risultati di business.
Intanto, però, molte persone si sono create quasi un mondo parallelo, fatto di nuovi equilibri e di forme di conciliazione tra vita professionale e vita familiare, che rischiano di essere messi a dura prova, se non addirittura di venir definitivamente meno. Cosa accadrà?
Tutt’altra aria si respira, invece, sull’altro fronte, quello che potremmo definire del “paradigma ribaltato”. Quello, cioè, per cui il lavoro da remoto ormai costituisce la modalità tipica della prestazione lavorativa, con la presenza in azienda quasi individuata come un’eccezione, laddove accordi sindacali o regolamenti datoriali non disciplinino una soluzione “ibrida”.
Di certo lo smart working, per quanto strumento flessibile per definizione, non può essere applicato all’insegna del “copia e incolla” in tutte le realtà imprenditoriali.
Ove il ricorso alla tecnologia delle telecomunicazioni può essere considerato l’elemento trasversale comune, diversi invece sono i profili professionali del personale coinvolto, le missioni, il settore merceologico di appartenenza, la storia stessa di ogni singola azienda per determinare precisi ambiti di sovrapposizione. Che non esisteranno mai.
Non sono però da biasimare o da essere etichettati come “oscurantisti” quegli imprenditori che hanno fatto un repentino dietrofront sull’utilizzo dello smart working, oppure ne hanno ridimensionato la portata, fino a rinunciare a tutti i suoi benefici. Al tirar delle somme, qualsiasi scelta organizzativa verrà giudicata sulla scorta di due variabili fondamentali: il mercato e il livello di soddisfazione del cliente interno, ovvero i dipendenti.
Di sicuro le giovani generazioni, per le quali molto probabilmente sarà sempre meno marcata la distinzione tra lavoro subordinato e lavoro autonomo, sceglieranno l’azienda ove prestare la loro attività anche in funzione dei margini di flessibilità che verranno loro garantiti. Alla fine, quindi, lo smart working assurgerà ad una sorta di elemento spartiacque per qualsiasi decisione. Fabbrica esclusa.
Ma vogliamo davvero consegnare ai lavoratori di domani un posto di lavoro completamente smaterializzato, quando tutto per loro sarà già stato smaterializzato?
