Quando l’ateo vede Dio meglio di un credente
Faceva molto freddo quell’inverno nel campo di Treviri. Jean Paul, da ateo, aveva stretto amicizia con due sacerdoti cattolici, anch’essi detenuti nel settore “dei poeti”, così lo chiamavano i tedeschi: era fatto di menti alte, in grado di sostenere il morale dei prigionieri, di dar loro svaghi costruttivi, per evitare malumori e sommosse.
“Perché non scrivi un dramma sul Natale”, gli disse un giorno un abate. “Io?!?” “Perché no? Ci metti la tua visione della storia e lo facciamo rappresentare ai detenuti. Tu stesso sarai il regista”. “Già, perchè no? Affare fatto!”.
Così Sartre, il filosofo esistenzialista, scrisse “Bariona o il figlio del tuono. Racconto di Natale per cristiani e non credenti”.
Bariona è il capo di una piccola cittadina della Palestina, dove si vive di stenti e di fatica e alla notizia del censimento dei Romani è disperato: i nuovi nati implicheranno altre tasse, insostenibili per una comunità già allo stremo delle forze. Allora prende una decisione: divieto di procreare , vale a dire evitare nuove gravidanze e interrompere quelle in atto.
Non si tratta di una cieca scelta politica, ma della presa d’atto della radicale insignificanza dell’esistenza: a che pro mettere al mondo altri esseri destinati a soffrire? Meglio il nulla piuttosto che l’essere. Neanche quando sua moglie stessa gli dice di essere incinta e che quindi lui avrà un erede, si scuote da questa decisione…
Ma poi succede un fatto nuovo. Comincia a diffondersi la voce che poco lontano da lì è nato il Messia: un bimbo avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Dei pastori hanno udito un annuncio di angeli e ora sono pieni di gioia.
Per Bariona è una catastrofe: chi ha messo in giro queste stupide dicerie? A quale scopo? Già immagina rivolte sobillate da questa nuova convinzione, nuovi guai e nuovi problemi con i dominatori romani… Vuole andare a vedere e scoprire chi c’è dietro questa bazzecola e con quale strategia.
Invece ai piedi di quella grotta vede qulcosa che cambia radicalmente il suo modo di vedere. Non crede al Messia, ma scopre la speranza: in quella scena di tenerezza immensa che lega la mamma al suo bambino, negli occhi degli astanti che guardano commossi, si rende conto che il novum della vita ha una forza che vince ogni stento e ogni fatica e capisce che una vita che nasce non è un problema in più da risolvere, ma una risorsa di amore a beneficio dell’umanità.
Così, alla notizia che Erode vuole uccidere tutti i bimbi, protegge la fuga di Gesù, andando armato contro i soldati del re…
Qual è il messaggio che ci lascia oggi questo racconto? Questo giorno di Natale così difficile, così diverso da tutti gli altri, in cui siamo contornati da morti e paura, non siamo in condizioni peggiori di quel terribile 25 dicembre 1940, dentro un campo di prigionia…
Proprio lì, vicino all’abisso del male, il poeta filosofo senza Dio scopre e riesce a trasmettere il senso più profondo del Natale cristiano, scrivendo un delle pagine più belle della storia della letteratura.
Così Sartre descrive Maria con il suo neonato: “Ciò che bisognerebbe dipingere sul viso di Maria è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano. Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne e il frutto del suo ventre. L’ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. (…) Lo guarda e pensa: questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo, che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride”.
Questo è il Dio cristiano, non lontano e inaccessibile, ma vicino e concreto, debole e bisognoso di cure, che nella vita soffre come e più di tutti e muore crocifisso ingiustamente, ma che proprio in questo immedesimarsi nell’uomo dona a tutti una speranza: ci rassomiglia! C’è l’uomo in Dio e Dio nell’uomo.
Ecco il mio augurio per questo Natale: saper scoprire quella voce di speranza che risuona nelle piccole pieghe del manto della vita, spesso proprio nell’ombra, negli angoli nascosti, che ti sprona a dare il meglio di te e che a tutti, credenti e non credenti, propone un mondo migliore.
Basta volerlo.
