Missiva a margine di un delitto
Caro A,
perdonami la confidenza: siamo due estranei, ma da qualche giorno il tuo nome e la tua storia mi vengono spesso in mente e quindi mi sembra di conoscerti un po’.
Perché ti scrivo? Perché vorrei parlarti, vorrei sapere, adesso che sei nella Verità, cosa c’è nel cuore tuo e dei tuoi cari.
Cosa pensi ora del ragazzo di tua figlia? Prima non ti piaceva, tanto da opporti alla loro relazione. Dopo quanto è accaduto, come ti rivolgeresti a E? “Te l’avevo detto” oppure, al contrario, l’abbracceresti e le diresti che è tutto passato.
Sembra paradossale, eppure sono convinto che nei suoi confronti non serberesti rabbia; solo dispiacere e amarezza, come tua moglie, sopravvissuta all’omicidio, che ha dichiarato: “è mia figlia, non posso abbandonarla”.
Povera donna: vedova anche per volontà della propria figlia. Qual è il dolore più grande per lei: averti perso o sapere di avere sua figlia, appena 18enne, complice dell’assassino?
Una tragedia greca, degna del miglior Euripide, il cui coro viene espresso dai post che riempiono i social: “fatela marcire in prigione!” è quello che echeggia di più.
E tu? Quale messaggio invieresti a tua moglie: chiederesti giustizia o perdono? Lei, che ha promesso di amarti, onorarti ed esserti fedele sempre, in quale modo può rendere onore alla tua memoria? Lei, che dovrebbe essere parte lesa nel processo penale, si trova a dover pagare l’avvocato dell’imputata…
E nel suo cuore cosa c’è? Immagino si siano affacciati tanti sensi di colpa: “se mi fossi accorta”, “se mi fossi imposta”, “dove ho sbagliato?, “cosa non ho saputo dare a mia figlia?”
E l’altra tua figlia, squassata dal dolore, adesso si alimenta di rancore e di delusione?
Ma soprattutto: cosa c’è in E? Come è stato possibile che arrivasse a tanto? Quando e perché si è spento in lei il lume della ragione? Potrà sopravvivere a un errore così grande?
Credo che dove tu sei ora non vi sia più sofferenza. Ma vedendo tutto questo, come puoi non provare dolore? Come puoi non avere il cuore contrito? Come puoi stare nella pace, mentre chi ami sta vivendo l’inferno?
Forse la luce nella quale sei ti consente di vedere tutto più chiaramente, come noi non possiamo neppure immaginare. Magari dal tuo punto di vista queste tenebre, che a noi sembrano fitte e insormontabili, sono un momento di foschia e già vedi in questo imbrunire un cielo sereno tinto di rosso, che lascia presagire bel tempo.
Hai la certezza che è infinito il cuore dell’essere umano e che per tutti c’è la possibilità di rialzarsi: chi soffre e chi ha sbagliato possono costruire, proprio lì dove tutto sembra demolito, ed edificare qualcosa che rimanga nei secoli.
Forse ci diresti che ognuno di noi è più grande di se stesso, del proprio dolore e dei propri errori e che si può sempre andare oltre. Forse ci diresti che perdonare e perdonarsi sono l’unica cosa che può far rimarginare le ferite di tutti e far spuntare germogli di speranza e vita nuova.
Di tutto restano tre cose: la certezza che stiamo sempre iniziando, la certezza che abbiamo bisogno di continuare, la certezza che saremo interrotti prima di finire. Pertanto, dobbiamo fare: dell’interruzione, un nuovo cammino, della caduta un passo di danza, della paura una scala, del sogno un ponte, del bisogno un incontro.
(Fernando Sabino)
