Riforma ammortizzatori sociali: visione di prospettiva o manutenzione dello status quo?
Per quanto sia ancora a livello di prima stesura, il documento illustrato dal Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, sulla riforma degli ammortizzatori sociali lascia intravedere, oltre alla potenziale inclusione di tutti i lavoratori autonomi in un sistema di protezione, un maggiore bilanciamento tra tutele da applicare in costanza di rapporto di lavoro e quelle da considerare a beneficio di chi un lavoro lo ha invece perso.
Con riferimento a quest’ultima fattispecie, nell’ottica del lavoratore la novità più significativa si individua nella differita decorrenza del mese a partire dal quale il trattamento di Naspi subirà la già prevista decurtazione progressiva del 3% dell’importo: non più a decorrere dal quarto, come allo stato, bensì dal sesto dei ventiquattro in totale.
Poco? Molto? Analizzato singolarmente e non in un contesto complessivo – dove, al tirar delle somme, tutto, come sempre, resta in funzione delle risorse economiche di cui poter disporre – ogni intervento rischia di essere considerato nella sua unicità e destinazione e, proprio per questa ragione, di corto respiro rispetto alle effettive esigenze.
A proposito della Naspi, tuttavia, resta sempre utile ricordare origini e finalità di questo ammortizzatore sociale, che dal 1° maggio 2015 è andato ad affiancarsi, per poi sostituirla completamente a far data dal 1° gennaio 2017, alla “storica” indennità di mobilità.
Come quest’ultima, infatti, oltre a costituire un sostegno economico a beneficio di coloro che avessero perso involontariamente la propria occupazione, è condizionata alla “regolare partecipazione” alle iniziative di attivazione lavorativa nonchè ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai servizi competenti. In altre parole, politiche di sostegno al reddito e politiche attive che, almeno sulla carta, si declinano in maniera complementare allo scopo di ricollocare il disoccupato nel mercato del lavoro.
Già, politiche attive. Tranne rarissime eccezioni coniugate positivamente in qualche regione virtuosa, esse sono rimaste pressocché inevase ed inapplicate. E, come per il reddito di cittadinanza, il timore che la Naspi continui a mantenere quella distorta caratteristica di puro e semplice strumento di matrice assistenziale non è purtroppo campato in aria.
L’errore più grave sarebbe quello di permeare in generale la riforma degli ammortizzatori sociali dello stesso spirito che ha caratterizzato (sotto taluni aspetti non sempre a torto, in verità) la cospicua regolamentazione legislativa e gestionale emanata in conseguenza del Covid-19, messa in campo per gestire attraverso provvedimenti “tampone” una grave emergenza.
Mai come ora si rende quindi necessario un cambio di passo, con il quale venga abbandonato definitivamente un modus operandi in base al quale l’Italia si è contraddistinta per aver quasi sempre preferito l’adozione di provvedimenti per contrastare crisi ormai manifestatesi, piuttosto che adottare misure preventive, se non addirittura predittive di nuovi scenari produttivi.
Ci troviamo in presenza di un situazione oltremodo complessa, non v’è dubbio. Ma restare inerti con le trasformazioni del mondo del lavoro, che la pandemia ha ulteriormente accelerato, sarebbe più pericoloso che resistervi ad oltranza, mirando alla manutenzione dello status quo e non a un deciso scatto in avanti, in radicale discontinuità con il passato.
E all’orizzonte, intanto, si prospettano altri due temi di elevatissima sensibilità: la decisione sull’eventuale ulteriore differimento del blocco dei licenziamenti, disposto fino al prossimo 30 giugno, e la rimodulazione di requisiti di accesso alla pensione più flessibili a partire dal 1° gennaio 2022, stante la scadenza a fine anno di quota 100 (che potrebbe condurre al ripristino di uno “scalino” di 5 anni).
Roba non di poco conto. Anzi…






