Quelle braccia protese per donare una seconda vita
Quante volte nella nostra vita siamo chiamati ad assumere decisioni importanti, ma non fondamentali, senza poterci riflettere troppo a lungo, come vorremmo. Senza configurarci in maniera ponderata tutti gli scenari e le conseguenze di questa “sliding door”.
Solo il tempo di una preghiera, per chi crede, o di confidarsi con un familiare o con una persona ritenuta illuminata e poi… il dado è tratto.
Considerazioni che, sotto certi aspetti, fanno quasi sorridere se confrontate con la crudezza delle immagini provenienti in questi giorni da Kabul. Quando, cioè, spesso la decisione riguarda addirittura la vita di tuo figlio, finanche di pochi mesi, che preferisci – con chissà quale indicibile sofferenza, ma con una apparente “illogica razionalità” – affidare a mani sconosciute di chi ritieni possa metterlo in salvo, pur di sottrarlo alla morte.
Un figlio, che quella mamma, quel papà rischiano di non rivedere mai più, ma che un istinto di sopravvivenza quasi sovrumano induce a ritenere l’unica strada da percorrere in grado di evitare un presente a dir poco incerto e di stenti sicuri e di garantire un futuro auspicabilmente sereno. Lontano da quello scenario apocalittico, lontano da quel contesto di assurda violenza.
Quelle scene di straziante dolore evidentemente fanno presa soprattutto su chi ritiene che le proprie difficoltà, le proprie delusioni, le proprie sofferenze siano le difficoltà, le delusioni, le sofferenze per antonomasia, per le quali non c’è rimedio, essendo le peggiori possibili.
Insegnano a considerare ogni circostanza della vita in maniera tutt’altro che assoluta, laddove invece razionalizzare ciò che accade a se stessi, fossero anche le circostanze più insormontabili, è indice di maturità e di sana coscienza.
Chi è genitore ha ricevuto da Dio quel dono speciale per comprendere cosa significhi diventare mamma e papà, non solo dal punto di vista biologico, quanto da ciò che ne consegue in termini di progetti, aspettative, sogni.
Le braccia dei soldati che si ritrovano ad ospitare sul proprio petto quei bimbi di mamme e papà imploranti, dopo averli consegnati quasi fossero un pacco da spedire ad una destinazione addirittura ignota, suggellano una sorta di secondo grembo materno per una vita che in quello scenario di desolazione inenarrabile può rivedere la luce – un ossimoro in presenza di una situazione di buio totale – di un nuovo mondo per una seconda volta.
Forse solo il genitore che piange la prematura scomparsa di un figlio elabora un dolore più grande del genitore che si vede costretto in un impeto di sentimenti contrastanti a fidarsi di uno sconosciuto e ad attribuirgli sul campo la veste di salvatore del proprio frutto di vita.
Quale insegnamento trarre da queste scene, a parte la constatazione della tragicità di ogni guerra? E’ in grado di salvare il proprio figlio chi lo lascia andare, chi lo spinge oltre se stesso, chi lo pone in braccio a un domani ignoto, ma colmo di speranza.
“Non tutte le tempeste arrivano per distruggerti la vita. Alcune arrivano per pulire il tuo cammino”. (Seneca)
