E se la nuova normalità fosse il rientro in ufficio?

Al di là (o anche in funzione, a seconda dei punti di vista) dell’applicazione della specifica normativa sul green pass, che dal prossimo 15 ottobre diventerà in termini concreti il fattore abilitante tra chi potrà continuare a prestare l’attività lavorativa e chi no, molte aziende hanno già da qualche tempo cominciato a rendere effettive le prime azioni di rientro del personale negli uffici.

Il discorso, naturalmente, è riferito in prevalenza sia a quelle imprese che già avevano adottato all’interno delle proprie organizzazioni modalità di lavoro agile in epoca pre-Covid, sia a quelle che, rivoluzionando in alcuni casi il proprio assetto operativo, le hanno implementate ex novo, scongiurando in talune circostanze durante la fase più acuta dell’emergenza pandemica il blocco della capacità produttiva.

Senza entrare nel merito delle motivazioni che hanno indotto molte imprese, tra le quali alcuni dei più noti colossi globali delle big tech, a mitigare gli entusiasmi dello smart working – inizialmente favorito e caldeggiato in maniera massiva, per poi approdare ad una più equilibrata e razionale soluzione intermedia, quando addirittura del tutto revocato – uno dei punti di maggiore attenzione sarà quello di rifocalizzare il mindset dei lavoratori verso il ripristino della cosiddetta “nuova normalità”.

Potrebbe sembrare una questione di poco conto, quasi di stampo accademico, se non addirittura priva di alcun autentico significato. Invece è molto importante, se non addirittura fondamentale e decisiva anche nei discorsi comuni, riconsiderare da parte di tutti, manager e lavoratori, le quattro mura aziendali come il luogo per antonomasia nel quale prestare l’attività lavorativa e non l’eccezione rispetto alla possibilità di effettuarlo più o meno sistematicamente altrove, abitazione in primis.

L’ufficio deve ritornare ad essere il luogo delle relazioni, delle riunioni (a volte anche inutili), della chiacchierata davanti alla proverbiale macchinetta del caffè, del guardarsi negli occhi senza il tramite dello schermo di un pc, che avrà pure assolto brillantemente al suo compito in tutti questi mesi con le innumerevoli videoconferenze partecipate stando comodamente seduti sul divano di casa.

Però non è la stessa cosa che stare tutti intorno allo stesso tavolo e poter mettere nuovamente in atto quelle dinamiche e tecniche non verbali, che spesso costituivano e costituiscono ancora il “sale” delle discussioni più accese. Per informazioni chiedere, ad esempio, a chi si occupa di relazioni sindacali, uscite completamente rivoluzionate nel mancato ossequio alle classiche e romantiche liturgie, limite e fascino allo stesso tempo di questo settore.

Molte realtà imprenditoriali hanno giocato d’anticipo rispetto alla auspicata fine del periodo di emergenza sanitaria, stipulando con le organizzazioni sindacali accordi di smart working all’insegna della flessibilità, del migliore soddisfacimento possibile delle esigenze personali e familiari e schiacciando spesso, come si suol dire, il piede sull’acceleratore rispetto al numero massimo di giorni di lavoro da poter sostenere lontano dalle quattro mura aziendali.

Con il rientro in ufficio anche il personale verrà chiamato a una rimodulazione degli ambiti di autonomia, che l’operare da casa o comunque lontano dall’azienda aveva determinato come effetto indotto, e del tempo dedicato al lavoro quale a volte inconsapevole comportamento autodeterminato per compensare a livello inconscio la situazione di maggiore libertà. Con buona pace del diritto alla disconnessione.